Il 'Valsu' raddoppia!
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- Creato Martedì, 08 Novembre 2011 22:24
Sapete quanto spazio ha il rugby per crescere in Italia? Moltissimo.
Immaginate che possa essere facilmente proposto a tutti i bambini che iniziano a fare sport, quelli a cui oggi, nella stragrande maggioranza dei paesi e delle città italiane, viene offerto di provare il calcio ma non certo il rugby.
Il rugby c’è ma non si vede, ancora non si vede abbastanza. Si vedrà quando in ogni scuola i bambini avranno avuto la possibilità di incontrarlo. Diversamente dobbiamo affidarci a qualche buona anima che s’inventa tout court un club in mezzo al deserto, come sono molte aree del paese per questa disciplina.
Ci sono altre aree che, al contrario, hanno una invidiabile densità ovale, Padova è una di queste.
“A Padova ci sono quattro realtà rugbistiche storiche dislocate casualmente nelle diverse direzioni: il Cus Padova a est, il Petrarca a sud, il Selvazzano e il Rubano a ovest (sarebbero propriamente fuori comune ma il loro bacino si estende anche a alcuni quartieri della città) e il Valsugana a nord”.
A descrivere la mappa ovale della città del Santo è Gabriele Marchiori, Presidente del Valsugana Rugby Junior.
“Il nostro bacino comprende i quartieri nord di Padova e alcuni comuni limitrofi (Limena, Cadoneghe, Vigodarzere, Vigonza) più un'appendice a Vigonovo e Saonara".
Padova è una città di 210mila abitanti circa ma adagiata in una area urbana densamente popolata. Gli stessi comuni di Rubano (dove opera il Roccia S. Stefano Rugby) e Cadoneghe, contano 15mila abitanti ciascuno. Nonostante quindi la città e l’hinterland contino un buon numero di club, di spazio per il rugby ce n’è ancora molto anche qui.
Questo per dire che il lavoro di propaganda e di proselitismo (attenzione, non sono sinonimi) da fare è tantissimo ovunque.
Bisogna avere obiettivi, idee chiare, organizzazione e pianificazione. Ok, i club non sono aziende, ma i talenti, le eccellenze, la buona volontà, la tenacia se ci sono emergono e possono fare la differenza. Anche quando le risorse sono poche.
Se nell’arco di 5 anni un club arriva a raddoppiare il numero dei ragazzi che praticano il mini rugby nelle categorie che vanno dalla Under 6 alla U14 , come succede a Padova, zona Altichiero, casa del Valsugana (il Valsu come lo chiamano tutti), si può parlare di un risultato davvero importante (hanno superato i 200).
“Innanzi tutto una precisazione: il conteggio comprende i tesserati ‘attivi’ - dice Marchiori - cioè al netto di quanti, pur tesserati, decidono di lasciare nel corso della stagione. Io voglio avere sempre una fotografia ‘reale’ della situazione”.
La bontà del lavoro si misurerà negli anni, ma intanto, dopo pochi anni, è giusto fare il punto e dichiararsi sodisfatti per il lavoro faticosamente svolto.
Chiediamo come ci sono arrivati a questo risultato.
“E' un crescendo continuo frutto di un lavoro iniziato circa 10 anni fa, quando la società ha ripreso l'attività di promozione del vivaio. Tre anni fa, poi, abbiamo costruito un progetto triennale, focalizzato sulla costituzione di un centro di rugby giovanile mirato alla formazione di qualità, con precisi target anche quantitativi, nella convinzione che una base ‘larga’ è indispensabile per un lavoro di qualità”.
Come fate proselitismo? Scuole? Passaparola, altre iniziative?
“Da anni facciamo interventi nelle scuole, diciamo a ‘fondo perduto’, nel senso che non abbiamo mai monitorato il ritorno in termini di nuove iscrizioni. Quest'anno abbiamo un collaboratore eccezionale come Gianfranco Beda (già Petrarca e Rovigo - ndr) che sta operando nelle scuole con l'obiettivo di costituire degli Enti Scolastici: a fine stagione valuteremo i risultati che immagino molto positivi. Fino ad ora comunque il mezzo più efficace di reclutamento è stato il passa-parola: i genitori sono i nostri migliori reclutatori”.
Le strutture sono sufficienti o sono un limite alla crescita?
Attualmente le nostre strutture comprendono 3 campi (uno di misure ridotte) e 7 spogliatoi, più club house, segreteria, infermeria, palestra e magazzini. Il nostro piano di sviluppo prevede la costruzione di altri 2 spogliatoi e l'acquisizione (in uso) di un altro campo di allenamento. In effetti, ora come ora, siamo un po’ stretti, considerato che il totale dei tesserati di tutte le categorie (il Valsugana opera anche oltre il mini rugby) arriva a 400”.
Il raddoppio dei tesserati attivi del mini rugby non è l’unico obiettivo che nel frattempo ha raggiunto il Valsugana Rugby Junior. Lo staff tecnico conta un educatore ogni 10 bambini, il giusto rapporto.
Dove li trovate tutti questi educatori?
“Il rapporto 1 a 10 è uno degli elementi qualificanti del nostro progetto. Diversamente mancherebbe un presupposto essenziale per lavorare con ‘qualità’ su numeri alti di bambini senza ‘dimenticarsi’ di nessuno. Tutti ricevono le stesse attenzioni e i giusti stimoli per apprendere e migliorarsi (nel divertimento). E' un grosso e continuo impegno di reclutamento rivolto a ex giocatori, giocatori in attività, magari universitari, studenti o laureati in scienze motorie, di ambo i sessi, anche se non praticanti il rugby. Per tutti il requisito di base è la capacità di relazionarsi positivamente con i bambini”.
Che preparazione chiedete od offrite agli allenatori? Si parla spesso del ruolo educativo dell'allenatore, come si formano i vostri? Fate iniziative in merito?
“Tutti, a prescindere dal vissuto personale, devono rendersi disponibili a compiere un percorso di formazione tecnica sia federale che interno alla Società. Da anni abbiamo la figura del Responsabile Tecnico per l'attività mini rugby e junior. Svolgiamo anche corsi tenuti da psicologi”. Tutti, a prescindere dal vissuto personale, devono rendersi disponibili a compiere un percorso di formazione tecnica sia federale che interno alla Società. Da anni abbiamo la figura del Responsabile Tecnico per l'attività mini rugby e junior. Svolgiamo anche corsi tenuti da psicologi. Questo è un tema aperto, nel senso che ci sono contatti con psicologi, però non organici. Comunque rivolti non alla figura dello psicologo sportivo per accrescere le prestazioni, ma a quello che facilita le relazioni nel triangolo bambino/giovane-educatore/allenatore-famiglia”.
Quella educativa è la sfida più impegnativa per qualsiasi club. Il primo passo è rendersi conto che il ruolo del club si è esteso nel tempo e che i destinatari sono giovanissimi, bambini nel pieno dell’età evolutiva. Gli adulti devo predisporsi a prepararsi. Anche coinvolgendo mamma e papà.
Con i genitori come intrattenete i rapporti?
“I genitori sono una risorsa fondamentale. Qui sarebbe da svolgere un capitolo molto lungo. Diciamo che il rapporto con i genitori deve essere il migliore possibile, ma anche che i genitori vanno… ‘educati’ ai valori dello sport e del rugby in particolare. Questo avviene attraverso incontri periodici appunto di ‘educazione sportiva’ e illustrazione del nostro ‘codice etico’ che rappresenta la ‘summa’ dei comportamenti che la nostra Società ritiene siano positivi e costruttivi per il nostro ambiente”.
Quando Marchiori – che spesso incrocio sui campi mentre osserva i ragazzi che giocano e l’ambiente che li circonda - dice che questo è un capitolo che richiederebbe una trattazione a sé, non sbaglia. È anche un tema delicato, che non tutti nell’ambiente muoiono dalla voglia di approfondire.
La consapevolezza che quello della associazione sportiva è certamente un contesto educativo, formativo per i ragazzi, deve essere fatta propria dai dirigenti dei club come dai genitori. Spetta però ai dirigenti predisporre l’ambiente e proporre iniziative non sporadiche o di facciata per coinvolgere le famiglie nella costruzione e nel mantenimento di un ambiente adatto e favorevole alla crescita dei bambini.
Il vostro club ci sta provando?



