RUGBY GIRRRLS, il (mini) rugby delle ragazze – Parte II

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Come nasce e cresce un club femminile
Disponibilità di campi, resistenze dei genitori… sono gli ostacoli che il rugby italiano sta affrontando per crescere. Per sviluppare il rugby delle ragazze è necessario che nascano nuove realtà nel territorio e le difficoltà possono essere anche maggiori.
Come ci spiega Roberto Lisotti,  presidente delle Mustang Rugby Pesaro, associazione fondata nel 2009 per dare seguito alla squadra di rugby femminile che fu del Liceo Scientifico Statale Marconi. Le Mustang militano nel campionato di rugby serie A femminile girone elite – recentemente vinto dalle plurititolate Red Panthers di Treviso sul Rugby Riviera del Brenta, due club storici, e hanno una formazione U16 che partecipa al trofeo interregionale.

- Come si mette in piedi un club femminile? Quali sono le difficoltà?

"Sono presidente delle Mustang Rugby Pesaro da due anni, da quando la società è stata rifondata a partire da un gruppo di ragazze, amici e genitori che hanno raccolto la sfida di far sopravvivere il rugby femminile a Pesaro nonostante tutte le difficoltà. Difficoltà anche specifiche del rugby femminile rispetto alle altre che tutte le società sportive e rugbistiche hanno (rapporti con gli sponsor, con le istituzioni etc). Il rugby femminile è infatti uno sport ancora "di nicchia", nonostante la sua grande crescita negli ultimi anni; numeri ridotti di atlete e un reclutamento non facile non permettono una "massa critica" che può rendere autonoma una società che si occupa solo di rugby femminile. Nel nostro caso le sinergie e le collaborazioni con le altre società di Pesaro (Pesaro Rugby e Formiche Rugby Pesaro) sono essenziali sia per la parte organizzativa sia per quella tecnica. Giochiamo in un campionato che per quanto ridotto nei numeri ci obbliga poi  a trasferte lunghe e onerose, stesso discorso per le ragazze U16, facciamo centinaia di chilometri per fare dei concentramenti a cui spesso partecipano solo tre o quattro squadre. Ma il lavoro che tutta la società fa è ripagato nal vedere le ragazze seniores giocare a testa alta in campionato, nel vedere le U16 crescere e arrivare in prima squadra e nel portare qualche ragazza alle selezioni per la nazionale o a giocare con la maglia azzurra al 6 Nazioni".

-  Come sono le rugbiste in confronto ai rugbisti?
"Probabilmente la gestione di un gruppo femminile è più complicata rispetto a quella di un gruppo di ragazzi. Alle difficoltà tecniche dovute al fatto che la maggior parte delle ragazze si sono avvicinate al rugby in una età posticipata rispetto a quella media dei ragazzi, si aggiungono a volte quelle di dinamiche dovuti a rapporti di amicizia e comunque extrasportivi che possono rendere più difficile la gestione del gruppo. L'altra faccia della medaglia e che quando si riesce a formare gruppo intorno ad un obiettivo comune questo può essere veramente coeso".

- Cosa diciamo alle mamme per convincerle a prendere in considerazione anche il rugby per le loro figlie?
"Le mamme hanno purtroppo un pregiudizio negativo nei confronti di uno sport di contatto come il rugby che sicuramente non associano al concetto o preconcetto di "femminilità", ma in una società in cui le donne si fanno largo in tutti i ruoli fortunatamente non solo per l'aspetto fisico ma anche per capacità e determinazione, il rugby può essere una esperienza educativa e formativa importante anche per una ragazza. I valori fondanti del rugby lo sono per le persone indipendentemente dal loro sesso. Se poi la difficoltà a lavorare in gruppo per obiettivi comuni, valore importante anche nel futuro lavorativo dei giovani,  a volte è lamentata come un limite dell'universo femminile (e lo dico anche come insegnante che lavora in un ambiente in cui le donne sono una larga maggioranza), l'esperienza del rugby non può che giovare ad una futura manager.

Come si mette in piedi un club femminile e con quali difficoltà ce lo racconta anche Antonio Angelone, presidente del Sambuceto Rugby, realtà affacciatasi da pochissimi anni sul palcoscenico del rugby e rapidamente cresciuta anche nel femminile,  tanto da trovarsi nell’imbarazzo di avere ranghi completi e non trovare un numero adeguato di formazioni U14 con cui confrontarsi".

- Come si alimenta il club di nuove rugbiste?
“Nel Sambuceto Rugby le ragazze arrivano al termine delle scuole medie attraverso il Professor Pasquali che svolge attività di rugby nella scuola Tinozzi Pascoli da oltre 10 anni.  E’ lui che “mette” il germe del rugby nella testa delle ragazze. Chiaramente oggi si sta creando interesse e anche altre ragazze si stanno affacciando direttamente al campo. Le ragazzine sono un po’ delicate... ma poi da qui parte la selezione naturale... da 30-40 ne arrivano 10-12 al campo”.

- Come sono le rugbiste in confronto ai rugbisti?
“Sono molto serie sotto il punto di vista della frequenza degli allenamenti e delle partite e in quanto alla grinta ne hanno da vendere”.

- Anche a lui chiediamo come convincere le mamme a prendere in considerazione il rugby per le loro figlie…
"Noi non facciamo niente per convincerle, quando arrivano le hanno già convinte le ragazze. Le mamme che si presentano al campo hanno già deciso e vogliono solo conferme".

- Come siete organizzati con la categoria Under 14 femminile? Come gestite il passaggio dal mini rugby alla U14?
“E’ un vero problema, le ragazze della Under 14 (97-98) si allenano con la U16 che da noi è fatta dalla maggioranza di ragazze del 1996 e qualche 1995 e solo due 1994, quindi per quest’anno è andata bene. Non ci sono squadre con cui competere, neanche a livello scolastico: la Scuola Tinozzi Pascoli Under 14 femminile nostra tutorata è alla ricerca di avversari per competere. Le finali a Roma si disputano con al massimo due squadre. Questo a conferma di quanto sia difficile fare rugby femminile. Il 'miracolo' di Sambuceto esiste perché il Prof. Pasquali ha continuato con immutata passione a portare avanti con mille difficoltà il rugby nelle scuole. Noi naturalmente vogliamo dar continuità al questo ‘miracolo’ ”.

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Organizzazione, professionalità... sempre.
La stessa domanda l’abbiamo posta ad Enrica Quaglio, che il rugby lo ha giocato e vissuto intensamente essendo cresciuta in una città, Rovigo, dove il rugby lo si respira ovunque, città che ha dedicato a suo padre, indimenticato campione rossoblù, una delle tribune dello stadio Battaglini: lì ora campeggia l’effige di Doro Quaglio accanto a quella di “Maci” Battaglini. Enrica - con la madre Gisella Bellinello  – è anche manager del club femminile "Le Rose" Rovigo Rugby, ed organizza notevoli eventi rugbistici: una importantissima kermesse di rugby femminile come il Torneo Petternella, la finale di Coppa Italia femminile (che nel 2010 ha regalato alla città e al rugby in generale un bellissimo momento di convivialità: il Terzo Tempo, infatti, si è svolto nel rinnovato salotto del centralissimo Corso del Popolo dove tutte le atlete hanno cenato e presenziato le premiazioni). E – dulcis in fundo – il match Italia – Irlanda del 6 Nazioni scorso giocatosi in un Battaglini gremito.

- Enrica, come si mette in piedi un club femminile?

“Con la passione! Quando hai la passione lo puoi fare. Il resto lo trovi strada facendo. Di sicuro però mi sento di dire che la passione da sola non può bastare. Per mettere su un club ci vuole organizzazione, metodo, persone disponibili ed affidabili, gente che abbia voglia di dedicare tempo (e denaro) alla causa. Sono sinceramente contraria ai club impostati solo sulla buona volontà e senza obiettivi chiari e programmi a breve, medio e lungo termine. La nazionale chiede atlete  e poi rugbyste per stare al passo con l’estero.
Per dare atlete abbiamo bisogno di un preparatore atletico (non improvvisato, ma di mestiere) e per dare giocatori tecnicamente e tatticamente validi si deve pensare a tecnici in gamba. E siccome parliamo di donne, bisogna che il tecnico sia anche un ottimo psicologo, uno che sappia tirare fuori il meglio da ogni atleta. Sì insomma, non è un gioco da ragazzi imbastire una squadra femminile”.

E’ ragionevole quindi accogliere la riflessione di alcuni genitori che temono, concluso il ciclo del mini rugby, un abbandono dovuto proprio alla difficoltà a trovare il modo di giocare con continuità. I club, anche per motivi logistici, risultano poco organizzati e propensi a prevedere sin dall’inizio lo sviluppo di future formazioni femminili, che andrebbero alimentate infatti attraverso un proselitismo più mirato, tutt’altro che facile da realizzare.

Continua: come si arriva dal minirugby alla Nazionale? Leggi Rugby Girrrls! Parte III

Leggi qui la prima parte di Rugby Girrrls!

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