Quando il rugby supera le sbarre

 

minirugby.it-solidarietaDallo sport del rugby arrivano messaggi educativi e di integrazione. E' una nota del Comitato Nazionale Fiair Play a sottolinearlo. In particolare, parlaimo delle esperienze dentro le carceri italiane.
In molti club di rugby da alcuni anni sono partite esperienze a favore del sociale. A Roma alla Unione Ruby Capitolina l’esperienza di integrazione attraverso il rugby per dodici bambini con sindrome down. Esperienza diffusa poi a Rapolano Terme (Siena) e a Treviso. Sempre alla URC un progetto per portare il rugby tra le mura del carcere minorile di Casal del Marmo.
A Napoli il progetto “La Palla Storta” (leggi) nasce dall’Amatori Napoli Rugby, che ha deciso di infrangere le sbarre del carcere minorile di Nisida, per farvi entrare il rugby, e di avviare un progetto analogo a quello nella tribolata zona di Scampia. I ragazzi di Nisida si sono mostrati ricettivi verso lo spirito dello sport. L’Amatori ha incontrato nel suo cammino la Fondazione Laureus, cara a Nelson Mandela. Una fondazione convinta che con lo sport si possa cambiare il mondo e si possano abbattere barriere, che ha quindi avviato il progetto.

Grazie al “Progetto Nisida”, fortemente voluto e sostenuto dal direttore tecnico Enzo Iorio degli Amatori Rugby e dal direttore dell’Istituto penale minorile, Gianluca Guida.  I “Pirati di Nisida”, come scherzosamente si sono chiamati i promotori dell’iniziativa, portano il rugby in carcere, ma con la novità che i minori potranno allenarsi con i giocatori napoletani anche fuori dall’Istituto.
Tra le 44 leggende sportive che fanno da testimonial a Laureus due monumenti come Hugo Porta e Sean Fitzpatrick. Hugo Porta, storico mediano di apertura e capitano dei Pumas argentini, ha sostenuto che lo sport ha il potere di cambiare le cose nel mondo attuale. “Il rugby mi ha insegnato cosa vuol dire ‘povertà’. Povertà non è la mancanza di soldi: povertà è la mancanza di educazione, di valori, di opportunità”. Commoventi le parole invece dell’ex-capitano degli All Blacks Sean Fitzpatrick, che ha voluto ricordare la sua esperienza in Sierra Leone, dove la Fondazione Laureus si è impegnata per far giocare assieme, dopo una sanguinosa guerra civile, ex-baby guerriglieri e bambini che, avendo rifiutato di arruolarsi, avevano subito la mutilazione delle mani. “Avevano il diritto di giocare, il diritto di essere bambini. Lo sport ha plasmato le nostre vite, e il rugby ci ha dato un’opportunità”. Opportunità che si vuole dare anche ai ragazzini delle realtà più difficili di Napoli.
Perentorio l’appello di Marco Bollesan, dirigente FIR, che con la Partenope Rugby ha vinto due scudetti nei lontani anni ‘60: “Napoli ha bisogno del rugby, stavolta non per vincere scudetti, ma per abbattere il muro del disagio. Nel rugby è necessario aiutarsi per superare le difficoltà: una persona non prende un pallone, un gruppo si. Di noi rugbisti si dice che non togliamo mai la maglia da rugby: rimane stampata in noi l’unità di intenti e di obbiettivi propria del rugby”.

Tornaimo a Roma, qui un progetto più ambizioso per il Carcere Minorile di Casal del Marmo: un progetto di integrazione che vede impegnati Giorgio Andrioli e Giorgio de Tommaso, rispettivamente Presidente e Segretario della Associazione “Mille bambini a via Margutta”, e padre Gaetano, Direttore di “Borgo Amigò”, una Comunità di recupero per minori reclusi. In tre sono impegnati da due anni a costruire un campo da rugby a Casalotti, nei pressi della Comunità, dove i minori imparano un lavoro di agricoltura, per permettere loro, per lo più rumeni e rom,  di integrarsi nel gioco del rugby con i ragazzi del territorio, dove ancora manca un campo da rugby.
Piero Gabrielli – fondatore di “mille bambini a via margutta”- , Bubi Farinelli e  Paolo Rosi, tre amici inseparabili, ai quali sono intitolate due strade ed il campo dell’atletica all’Acqua Acetosa di Roma, luogo simbolo del gioco del rugby,  oltre che grandi campioni di rugby,  sono stati anche tra i fondatori del mini rugby romano e, sulla scorta anche degli studi di Tonino De Juliis, hanno da sempre sostenuto che il rugby racchiude in sé molte caratteristiche di  sport educativo e terapeutico.
Il rugby dovrebbe essere preso in seria considerazione nella scuola, anche per quei ragazzi cosiddetti “a rischio“, perché provenienti da realtà sociali compromesse sia a livello familiare o ambientale. La delega educativa che i genitori affidano allo sport in genere, ma in particolare al rugby, non ha mai deluso.  Nel rugby non c’è un leader, conta solo il gruppo, la squadra.  Nel rugby giocano tutti i ragazzi di una classe, basso, alto, magro grasso, ognuno col suo ruolo. La squadra  di rugby è già un esempio di integrazione. Nel rugby si mantiene alto il valore del Fair Play: lealtà nel gioco, rispetto e solidarietà nei confronti dell’avversario, al quale allungare sempre una mano per rialzarsi dopo un placcaggio.
La filosofia di “Mille bambini a via Margutta” nasce dall’esperienza del laboratorio teatrale  per l’integrazione ideato nel 1982  da Piero Gabrielli e da Luigi Squarzina, direttore del  Teatro di Roma,  dove ragazzi con e senza problemi di comunicazione recitano insieme le commedie di Shakespeare  di Aristofane, Molière, Rodari, Goldoni. E stato dimostrato, in trenta anni di esperienza, che,  se fatta in condizioni ideali, cioè in un vero teatro, con un vero regista, coadiuvato da terapeuti della comunicazione e del comportamento, l’attività teatrale conferisce autostima sia ai soggetti con problemi di disabilità sia ai cosiddetti “normali”. Soprattutto costituisce, per  i soggetti con problemi, una vera terapia, oltre che di integrazione, anche di miglioramento delle condizioni delle patologie.
Piero Gabrielli ha da sempre sostenuto che il teatro e il rugby potevano essere una coppia vincente di  mezzi educativi  per la terapia e per l’integrazione.
E l’esperienza del rugby per l’integrazione realizzata alla URC grazie alla tenacia di Francesca Rebecchini, in collaborazione con l’AIPD (Ass. Persone Down ) ne è la dimostrazione pratica: i bambini down hanno acquisito, oltre alle nozioni del gioco e uno sviluppo del fisico, autostima e indipendenza.     

Nel rugby c’è grande agonismo e si gioca fino all’ultimo secondo, fino a che l’arbitro non rimanda le due squadre negli spogliatoi, ma vincere  e  perdere  hanno lo stesso significato. Dopo ogni partita  i giocatori delle due squadre partecipano al terzo tempo, che non è una riunione di prammatica, ma un rito sacro per miscelare le anime dei contendenti in un unico spirito di fratellanza, dove l’odore del sudore di un avversario si fonde con quello del compagno di squadra.
Il rugby è una scuola di vita ed è uno dei pochi sport dove le ferree regole impongono una disciplina esemplare, che impone essa stessa un comportamento leale ed il Fair Play fa parte delle regole del gioco ed insegna ai bambini a diventare uomini leali e cittadini migliori.  
Fair Play   inteso come solidarietà ed amicizia,  rispetto delle regole e delle decisioni arbitrali e della  superiorità dell’avversario, al quale allungare sempre una mano per rialzarsi dopo un duro placcaggio.

Ancora rugby e carcere:  un binomio sempre più vincente, tra la voglia di riscatto, di reintegrarsi e la palla ovale. Dopo le esperienze passate a Napoli, a Nisida, a Roma e a Milano, al Beccaria dove sono arrivati anche gli All Blacks, anche Torino cerca nel mondo ovale un alleato per dare una speranza ai reclusi del carcere delle Vallette.
Alle Vallette vi è stato un match dimostrativo tra i giocatori del VII Rugby Torino e del Cus Torino, sotto gli occhi attenti dei detenuti e di un ospite d'eccezione, Marco Bollesan.
Un incontro dimostrativo, un incontro didattico per l'avvio di un progetto:  portare il rugby tra le mura del carcere.
L'idea è venuta all'ex campione Walter Rista che ha coinvolto il direttore del carcere piemontese, Pietro Buffa, e che nel giro di pochi mesi è diventata realtà.  Il rugby e i suoi valori educativi approdano "dietro le sbarre". E’ successo alla casa circondariale "Lorusso e Cotugno" di Torino, dove i detenuti sono stati coinvolti in corsi di rugby. “E’ nata  così una squadra di rugby di detenuti, moldavi, tunisini, marocchini, venezuelani ed italiani, chiamata Drola, che in piemontese, significa strano, curioso: una squadra di rugby multietnica formata da alcuni detenuti del carcere Le Vallette di Torino, e facenti capo alla Onlus Ovale dietro le sbarre. Detenuti che, sparpagliati nelle disagiate e disastrose carceri italiane, sono stati trasferiti tutti in Piemonte, regalando loro il dono più prezioso per chi vive dietro le sbarre: la possibilità di recuperarsi grazie allo sport.
Drola - che ha come Presidente Onorario il Presidente della FIR, Giancarlo Dondi - gioca dentro il carcere anche le partite che dovrebbe giocare in trasferta, per ovvii motivi organizzativi dovuti alle restrizioni logistiche imposte dai regolamenti carcerari.
Questa squadra nella palla ovale trova motivo di crescita, di riscatto sociale nel senso più stretto del termine e  milita nel campionato di serie C piemontese.
Dopo mesi di preparazione “dietro le sbarre”, il 22 ottobre, Drola ha esordito contro il Vercelli che si è imposto sui detenuti rugbisti, i quali hanno comunque combattuto fino all’ultimo e lealmente.
Il rugby dietro le sbarre è sicuramente un progetto unico in Italia e, probabilmente, in Europa grazie allo spirito di servizio dei rugbisti volontari ed alla FIR che ha assecondato le esigenze del carcere Le Vallette.
Durezza, contatto, sostegno dei compagni, il rispetto delle regole come filosofia portante dell'intero concetto di rugby, come sport e come stile di vita e l’“Ovale dietro le sbarre”,  è nato per aiutare e sostenere il bisogno e la voglia di riscatto.  Forse un po' grezzi nella qualità del gioco, inesperti e rudimentali, ma è impossibile non chiamare “squadra” questo XV: lo spirito aggregativo e solidaristico di questo sport è stato perfettamente assimilato dai giocatori del Drola, che fanno della disciplina la loro bandiera di libertà, consci che l'errore si paga sul campo (lo stanno imparando) come nella vita (l'hanno già imparato).  
“Il rugby” -  come scrive Achille Campanile sulla prefazione del libro “Rugby: etica di uno sport”, di Bubi Farinelli -  “come tutti sanno, è una specie di rissa continua in cui i giocatori si contendono con tutti i mezzi il possesso di una palla ovale, caricando violentemente l'uno e l'altro, colpendosi, acciuffandosi e facendo, senza esclusione di colpi, tutto quello che si usa fare rissando.”
“E' incredibile quanto questo sport” - sottolinea Andrea Spinelli Barrile in un suo articolo – “che potrebbe apparire agli occhi di un profano un vero guazzabuglio di botte e violenza, riesca ad offrire nuovi ponti di collegamento alla dignità umana: quanto l'onore di appartenere ad un gruppo che suda, soffre e gioisce insieme, unito dai valori dello sport più bello del mondo, possa donare la speranza anche a chi vive il dramma delle carceri tutti i giorni. Se lo Stato dimentica chi vive nelle sue carceri, il rugby non è disposto a lasciare marcire uomini che, lo stanno dimostrando, hanno solo bisogno di un'altra opportunità per dimostrare quanto forte è la loro voglia di riscatto sociale. “
Il rettangolo di gioco del carcere è stretto e corto, ma ha un terreno morbido con una bella erba. Su tre lati muri grigi, torri e guardie armate, mura di cemento liscio alte oltre 10 metri e telecamere di sorveglianza, container adibiti a spogliatoio, sul quarto lato gli spalti, sempre di cemento, “vuoti ”: non è facile far entrare il pubblico nel carcere. Ottanta minuti di battaglia nel rispetto dell'avversario, delle regole, dell'arbitro: il fair play entra fra le mura di un carcere, grazie al rugby.
Il rugby  ha unito un paese come il Sudafrica, traghettandolo fuori dall'Apartheid,  possiamo facilmente immaginare cosa potrebbe fare questo sport a livello educativo e per la dignità dei detenuti in Italia.

Info: CNIFP

Informazioni aggiuntive