Roma, San Paolo, Milano: c'è il rugby che fa bene
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- Creato Martedì, 10 Maggio 2011 02:12
C’è un solo modo per pronunciare la parola "sport" ed è universale, ma il termine in quanto a significati può arricchirsi nei fatti di molte sfaccettature.
Possiamo semplicemente ritenere che fare sport significhi infilarsi un paio di scarpini, una tuta e correre, lanciare una palla o pedalare in sella ad una bicicletta, ma appare sempre più chiaro che lo sport ha valenze più ampie, e per quanto riguarda i bambini e i ragazzi, certamente ha una dimensione educativa che sempre più appare rilevante.
Possiamo ritenere che i figli, in quanto “affare nostro”, ce li educhiamo a casa, ma poi incrociano la scuola ed altri contesti che di fatto concorrono a formare i ragazzi. Uno di questi è la strada, maestra di pratica ma spesso sinonimo di abbandono, un altro è il campo sportivo, la palestra.
Qui i ragazzi si ritrovano in un contesto organizzato, che ha degli obiettivi ed è condotto da adulti i quali hanno, o si presume che abbiano, l’esperienza e la cultura, oltre che la sensibilità, necessarie per “guidare” dei bambini. Ogni ambiente sportivo si arricchisce dei valori e delle capacità conferite da chi lo dirige, ne riflette lo spessore.
Una dimensione cruciale, a nostro avviso, dello sport è quella educativa, dalla quale un club eccellente non può prescindere.
Ci sono diversi esempi anche nel rugby di come, partendo da problemi o opportunità diverse, si possa integrare con lo sport l’educazione dei nostri figli. Fino a spingersi in contesti e situazioni anche estreme.
Abbiamo accennato ai progetti educativi di club impegnati ad utilizzare lo sport per integrare: ci riferiamo al progetto della UR Capitolina in favore dei bambini Down, a quello di Rugby Para Todos, associazione brasiliana che opera nella favela di Paraisopolis (San Paolo) per dare una opportunità ai ragazzi che vivono in contesti di disagio sociale, a quello della ASR Milano che ha portato il rugby dentro il carcere minorile Beccaria.
Sabato scorso a Treviso, durante incontro organizzato da Picapao intitolato “Rugby per tutti. La sfida educativa”, questi tre progetti sono stati illustrati dai rispettivi protagonisti ad un pubblico non abbastanza numeroso ma certamente interessato a comprendere. Tra i presenti diversi giocatori della Benetton Treviso con il loro coach Franco Smith.
E’ emersa - oltre alla tenace volontà dei dirigenti impegnati nei progetti, che hanno uno spessore importante - una chiara visione dello sport come fatto che trascende il mero aspetto tecnico.
Rugby Para Todos
Nato per volere di alcuni giocatori di rugby locali, il progetto mira a rispondere alle esigenze educative e di tempo libero di una comunità disagiata come quella di Paraisopolis. Il rugby è lo strumento a basso costo che, per le sue caratteristiche intrinseche (solidarietà, cooperazione, rispetto, lealtà, disciplina e amicizia, così importanti nella formazione di cittadini consapevoli ed attivi nella società), si è dimostrato utile per favorire l’inclusione sociale dei ragazzi che hanno limitato accesso alle attività sportive, ricreative ed educative. La missione è chiara: promuovere l’inclusione sociale attraverso i valori del rugby.
I programmi adottati dall’Istituto Rugby Para Todos (creato nel 2009, il progetto risale al 2004) si basano su attività di pratica sportiva (rugby), che ha l’appeal per coinvolgere i bambini e le loro famiglie e dà loro un senso di appartenenza importante. L’attività sportiva però è rinforzata con attività complementari, il programma è infatti multidisciplinare e si avvale di competenze diverse, tra le quali anche quelle di psicologi dello sport.
Naturalmente tra gli obiettivi vi è anche lo sviluppo della pratica sportiva in sé. La crescita del rugby in Brasile, paese vocato alla palla rotonda per antonomasia, negli ultimi anni è stato apprezzabile: dai 30 club esistenti nel 2006, si è arrivati quest’anno alla considerevole cifra di 270.
Una meta per crescere
Francesca Rebecchini ha invece sintetizzato il progetto che da sei anni è in essere all’Unione Rugby Capitolina in favore dei bambini Down. Anche qui si parla di integrazione sociale attraverso una attività semplice da insegnare come è il rugby. Gli educatori oggi seguono 8 bambini e sono affiancati da operatori specializzati dell’AIPD, in un rapporto che almeno all’inizio è di uno a uno.. Divertimento, acquisizione delle autonomie (cambiarsi da soli nello spogliatoio è una conquista non irrilevante), migliorare le competenze relazionali, apprendere anche le regole sportive.
L’ovale al Beccaria
Iniziato nel settembre 2008, il progetto promosso dall’AS Rugby Milano mira ad insegnare e trasmettere i valori del rugby a ragazzi tra i 15 e i 21 anni e di diverse estrazioni sociali ospitati nell'Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano
Dopo una fase formativa curata dagli assistenti sociali attivi al Beccaria e ad un seminario propedeutico alle attività dell'anno scolastico 2008-2009, un gruppo composto da 2 allenatori seniores, 1 preparatore atletico e 8 ex giocatori adulti ha iniziato ad introdurre la pratica del rugby all'interno dell'istituto. L'attività si svolge una volta la settimana. Hanno sottoscritto un impegno a partecipare alle attività circa 20 ragazzi, ma il numero delle partecipazioni varia in continuazione, in ragione della durata della detenzione e non solo:
“I ragazzi del Beccaria vanno e vengono. C’è chi prova a giocare e poi non torna, chi prova e poi riprova, chi prova e poi viene trasferito, chi prova e poi viene rilasciato. Non dipende solo da loro: qui esistono gruppi, clan, bande. Se un capo dice no, perché giocare è una forma di sottomissione, di subordinazione, di accettazione, di collaborazione, allora non si gioca più. Stavolta, a presentarsi in tuta, sono in cinque. Pochi. Pazienza, fa niente.” (da "Il ginocchio ovale" - Racconto tratto da Pane e Gazzetta di Marco Pastonesi)
Proporre il rugby - sport sconosciuto e di combattimento, basato espressamente sulla gestione dell'aggressività - a ragazzi che frequentemente hanno problemi a gestire l’emotività non era facile. L'attività non ha obiettivi educativi diretti. Prevede una progressiva responsabilizzazione dei ragazzi, oltre che sugli aspetti e sulle regole del gioco, sulla gestione e la cura dei materiali tecnici o personali (consegnati a ciascun atleta), la possibilità di mostrare filmati di partite commentate e da commentare insieme, l'organizzazione di mini-eventi speciali all'interno dell'istituto con la partecipazione delle squadre del club.
Al termine del periodo detentivo chi desidera continuare la pratica del rugby è accolto dal club. Questè è un momento di inclusione perché al ragazzo si dà un primo riferimento nel momento in cui si reinserisce nella società, nella quale ha spesso pero i riferimenti essenziali (famiglia, amici, lavoro…). Inoltre, il progetto prevede assistenza e accoglienza a quei ragazzi che svolgono periodi di "messa alla prova" presso alcune comunità esterne all'istituto (attualmente un ex detenuto è in stage presso uan delle aziende sponsor del club).
L’ASR Milano dichiara una visione e una missione assai allargate: il rugby e i valori autentici del rugby possono essere destinati anche altrove, possono coinvolgere a dare un piccolo contributo ad una quantità di giovani dell'area metropolitana che segnalano, anche non esplicitamente, il desiderio di fare squadra, senza averne la possibilità. Il rugby, per ciò che chiede e offre, è antidoto all'isolamento o alla solitudine. Il rugby, in definitiva, come un aiuto alla crescita all'interno di una grande città come Milano. Rugby come strumento per crescere.
A margine di quanto abbiamo ascoltato al convegno di Treviso, una riflessione un po’ provocatoria: i bambini e i ragazzi di cui ci hanno raccontato, quelli del Beccaria, quelli di Paraisopolis e quelli diversamente abili che giocano alla Capitolina, sono bambini e ragazzi fortunati. Perché pur vivendo uno stress sociale non indifferente, hanno incontrato adulti pronti a farsene responsabilmente carico oltre la loro missione naturale di genitori.



