Terre e Libertà: bambini in meta nella savana, una storia di speranza

minirugby.it-solidarietaSogni. I più disparati, ma i sogni sono sempre sogni. A volte restano tali. Altre diventano mete, e le mete, a forza di spingere, si marcano talvolta.
Regina ha un sogno, si chiama Africa. Un luogo evocativo, per tanti, e per ciascuno a modo proprio. Per Regina l'Africa significa anche solidarietà.
Con un gruppo di altri dieci ragazzi parte per il Kenia.
"Decido di portare con me la sacca dei palloni da rugby che mi ha accompagnata per tutto l'inverno nelle scuole delle periferie romane. Se si gioca qui si potrà giocare anche laggiù, perché non provare? Così, sgonfiati i palloni e inseriti con fatica nello zaino, saluto tutti e vado". Regina gioca a rugby e lo insegna nelle scuole.
{mosimage}In Kenia c'è Malindi, turismo. Ma ci sono anche, anzi soprattutto, luoghi dimenticati dalla provvidenza, tanti, come Meru, un villaggio a 200 km da Nairobi. Regina ci arriva dopo sette ore di strada a bordo di un «matatu» che balla sulla strada rossa e polverosa. Ad accoglierla il profumo del carcadè del Meru Herbs, dove si preparano prodotti per il commercio equo e solidale, qui lavorano diversi uomini e donne del posto.
Il pomeriggio arrivano tanti bambini.
"Attendono qualcosa, un tuo gesto, un movimento, una parola. Rimani incantato davanti a quei visi dolci, a quei corpi esili vestiti di stracci. Giocano, sorridono e puoi sentire che gridano il tuo nome. Allora tiro fuori la sacca con i palloni da rugby. Ho un po' di timore - magari non ne hanno mai visto uno - e poi c'è la difficoltà della lingua: come spiegare? Ma le paure svaniscono appena il pallone inizia a rimbalzare. Ci sediamo in circolo sulla terra calda e rossa e il pallone inizia a passare tra le mani dei bambini. Lo guardano da vicino, vogliono conoscerlo. Mentre li osservo, mi chiedo cosa pensano loro che qui non conoscono nemmeno il pallone del calcio.
Provo, un po' in inglese, un po' con i gesti, a spiegare questo strano gioco che viene da lontano e mi rendo conto che le parole e i gesti sono poi gli stessi che da sempre mi accompagnano nelle scuole romane. Ma ora sono in Africa, con attorno a me una cinquantina di bambini che a fatica capiscono quello che dico. Ma mi osservano con curiosità. E poi il rugby è per tutti, nelle scuole dei ricchi e nelle scuole di fango, per chi ha maglie vere da gioco e per chi ha solo vecchi stracci. Il rugby si gioca con le scarpe, ma anche senza. Cominciamo".


Il campo da gioco è nella savana, la linea di meta è fatta con rametti di alberi, la touche non c'è, maglie nemmeno ma ogni bambino sa con chi sta. I bambini sanno sempre come giocare, hanno bisogno di poco. "Qualche passaggio troppo lungo, qualche placcaggio un po' troppo alto, ma pian piano le regole iniziano ad essere più chiare. Ed è ecco la prima meta. E' stato Paul e tutta la squadra comincia a gioire".

Dopo dieci minuti il numero dei bambini è raddoppiato. "La soddisfazione più grande è stata che il giorno dopo i bambini non urlavano più 'football, football', ma erano tutti su quel campo un po' arrangiato ad attendere quella strana palla a forma di uovo che rimbalza dove vuole".

L'ovale ha fatto la sua parte. Potrebbe farla ovunque. Dipende anche da ciascuno di noi.

Quella a cui ha partecipato Regina è una missione di volontariato di Ipsia (Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI), il progetto si chiama «Terre e Libertà» (www.terreliberta.org ), campi di animazione e campi di lavoro in Bosnia, Kosovo, Albania, Brasile, Argentina, Palestina/Israele e Kenya
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