Ovalia, l’isola che… non c’è?

rugby-rispettoAmici, aprendo i giornali stamattina abbiamo appreso che anche quelli puliti e candidi in realtà sono zozzi. Zozzi e luridi della peggior sporcizia, la droga.
Spacciata da rugbisti - 13 giocatori di Serie A, B e C - ad altri rugbisti, agli allenamenti, ai loro fan durante le partite, ma poi anche ai supporter del calcio, nelle palestre, ai concerti, ai raduni dei bikers. A tutti insomma.
L’epicentro del terremoto è Piacenza dove i Carabinieri hanno individuato e arrestato il cervello della organizzazione e un manipolo di persone che nella vita spaccia droga ovunque e quando ha tempo pratica il rugby.
Sport nobile, saldamente poggiato sui propri valori distintivi. O forse no?

“Scoperta rete dedita allo spaccio di droga”.
Questa, in sostanza, sarebbe la notizia. Fine.
Questi spacciatori, un po’ azzardati nell’esporsi in luoghi pubblici, avevano le idee chiare, cioè vendere la droga dove c’è mercato. Il fatto è che ce n’è quasi ovunque.
Non lo sapevamo?

Nella società attuale, l’uso di droghe è diffusissimo, trasversale ai diversi ceti sociali, non risparmia alcun ambiente: manager, parlamentari… ricordate il prete ligure, vado avanti? In sostanza “brave persone” che hanno molto da perdere eppure… non delinquentelli o perdigiorno, ragazzetti allo sbando e fighetti annoiati. Non solo loro insomma. La droga, purtroppo, è endemica alla nostra società. Lo sappiamo benissimo, solo che talvolta… pensiamo ad altro. O che esistano isole felici.

L’isola felice profanata
Stamattina la notizia era stata battuta da pochissimi minuti che già sui social network il dibattito era partito. Un po’ come per il terremoto dei giorni scorsi, la terra ancora non aveva smesso di tremare che Twitter e Facebook erano già un bailamme di commenti.
Ho letto di tutto, e nel tutto il trait d’union è l’imbarazzo. Il rugbista oggi è profondamente imbarazzato.
Due considerazioni.

La prima considerazione: il santo ha peccato. Ma come, il predicatore intonso, quello che ha sempre puntato il dito e ammonito, il duro e puro… ?
Sebbene dentro ci sia di tutto, i giornali hanno appiccicato nei titoli la parola rugby perché - come ha detto con una osservazione semplice ma sensata il Presidente della Fir Dondi - ”il nostro mondo è da sempre un posto pulito”. Lo anticipo subito, non c’entra granché il rugby, ma era logico che i media creassero questo clamore.
Qualche giorno fa, ricorderete, dopo le parole dell’arbitro gallese Nigel Owens durante Munster – Benetton (leggi), in pochi minuti era già pronta la maglietta celebrativa che vantava la specialità del rugby: This is not soccer!
Siamo speciali, che goduria! E via gli urletti d’eccitazione per una pubblica esternazione tanto autoreferenziante ed esaltante e nel contempo sarcastica verso gli altri sport, anzi, pardon, verso il vituperato calcio.
E adesso, cosa ci costa tanta spocchia? Cosa raccontiamo?
Prima autodifesa: i giornali hanno fatto male ad accostare al fatto la parola rugby. Qualcuno ha notato che non scrivono quando la Benetton fa l’impresa in Heineken Cup, ma qui eccoli pronti ad infangare. Conclusione: chi di spada ferisce…
Seconda autodifesa. “I rugbisti sono diversi”. Infatti il rugby è diverso ma non lo è per definizione. E nemmeno perché, come ho letto stamattina “a differenza di altri sport, le mele marce è in grado di buttarle via dal cesto” (questa volta però, dal cesto - un po’ omertoso? - le mele marce le hanno levate i Carabinieri).
Il rugby ha un sistema di valori molto radicato nel quale il rispetto di sé, delle regole, dell’avversario, il sostegno etc, sono l’essenza stessa dello sport. Cioè, è divertente fare i drop, placcare… ma i valori sono quel qualcosa in più che ti porti a casa ogni volta che finisce un allenamento, una partita. E che restituisci nella vita di tutti i giorni.
Come accade in ogni contesto sociale, tuttavia, non basta la divisa, non basta l’abito per fare il monaco. Non a tutti in fondo frega più di tanto di questi valori, non a chi vive il rugby come un autoscontro (il rugby è una guerra, si fa a sportellate tra veri uomini) o una occasione per fare andare le mani, nemmeno a chi il sabato gioca e la domenica dagli spalti manda a quel paese l’arbitro. Se è vero che i valori sono il fondamento di questo sport, allora rugbista non è semplicemente chi mette le scarpette, ma chi fa ben suoi quei valori dentro e fuori dal campo.
Adesso guardatevi attorno e chiedetevi se tutte le persone che avete incontrato in questo sport sono davvero così consapevoli e “praticanti” di questi valori. O quanti li usano come abito retorico.
Però se il nostro flanker entra di proposito con un placcaggio killer su un avversario senza palla, mentre esce dal campo lo fischiamo. Questo è il rugby.
Conclusione: non tutti quelli che vanno a messa sono santi.

Come scritto di recente – e siamo alla seconda considerazione - qui parliamo di bambini e ragazzi e siamo un po’ ottusi, ci viene fuori sempre quella storia dello sport come mezzo educativo, credendo che il rugby, proprio per i valori che esalta, si presti ad essere strumento di crescita: creiamo atleti e soprattutto uomini.
Per alcuni i veri uomini sono quelli col bicipite come un paracarro in cemento… ok, beviamoci una birra, ma poi avanti quegli altri, quelli che ritengono, magari perché genitori, che anche dallo sport debba arrivare un contributo importante all’educazione dei figli. Che non sono studenti a scuola, poi sportivi al campo, poi musicisti al corso di chitarra… sono un tutt’uno e coinvolti nella vita quotidiana che li porta ad incontrare di tutto, disagi compresi, e tra questi anche la droga che – scopriamo oggi - si vende anche al campo o prima del test match della Nazionale. Ahi noi.
Quindi?
Quindi non riesco a stare tranquillo se penso ai miei figli con tutte le nozioni di geografia e matematica al posto giusto, con il drop e il passaggio con spin fatto per bene. Siccome i miei figli e i vostri lì, a scuola e al campo da rugby, ci passano la gran parte del tempo, lì devono trovare qualcosa di più che una brava insegnate di inglese o un ottimo tecnico della palla ovale. Non possiamo permetterci di accontentarci di così poco. Con quell’insegnante e con quel tecnico dovremmo stabilire una alleanza educativa solida, alla base della quale ci sia la consapevolezza che i ragazzi sono materiale umano da forgiare e che troverà chance di crescita tanto migliori quanto migliore è l’ambiente che frequentano. In questo è il ruolo educativo di tutti gli adulti che stanno con i ragazzi, dirigenti e allenatori dei rugby club compresi.
Se 13 ragazzi che giocano a rugby vendono droga a centinaia di coetanei, anche al campo, significa che la droga ha terreno fertile e che si insinua ovunque, e certo non si ferma davanti al crest del vostro club. Si ferma invece se ai nostri ragazzi proponiamo anche un coinvolgimento più ampio, una accoglienza che va oltre il fatto tecnico sportivo. Se il campo diventa un luogo sicuro, socializzante, di riferimento anche oltre l’allenamento, un ambiente che li tiene lontani dalla strada, dalla noia, che propone impegno, relazioni sane, preziose, da non sciupare – ad esempio - con la droga.
Cosa fare? Usare il rugby, nelle scuole e in altre occasioni, come tramite educativo, in progetti di prevenzione e rieducazione. Creare confronto al campo con occasioni di integrazione con chi già soffre il disagio sociale. Pensare al campo come un luogo di incontro quotidiano per i ragazzi, dove possano trovare spazi e proposte di attività collaterali.
Ci sono club che lo fanno. Coraggio!

Ritorno all'isola felice
Dei tredici spacciatori arrestati oggi non mi interessa, mi interessa che non attacchino i nostri ragazzi. Mi preoccupa chi pensa che il rugby sia un’isola felice al riparo da tutto, a prescindere. Non è così, ma se vuole esserlo, bene, che rispetti la sua missione di trasmettere quei valori.
L’ho detto all’inizio: non centra granché davvero il rugby con questo episodio di cronaca nera, perché non l’ha generato, ma attenzione perché se vogliamo bene al rugby e vogliamo difenderlo, dobbiamo prenderci cura davvero dei bambini e soprattutto dei ragazzi adolescenti che lo praticano. Con meno proclami retorici e più fatti concreti.

Informazioni aggiuntive