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Chiudiamo il percorso dedicato alle Rugby Girrrls tornando a porre qualche domanda ad Enrica Quaglio, ex giocatrice, manager del club "Le Rose" Rovigo Rugby; e quindi a Maria Cristina Tonna - Team Manager della Nazionale azzurra maggiore femminile e Responsabile FIR per l’attività femminile.
Rugby, uno spirito diverso - Enrica, come hai iniziato a giocare a rugby? “Ho sempre visto rugby a casa mia! Non ho solo visto il rugby in realtà. Ho anche visto e conosciuto le persone che animavano questo meraviglioso sport. Nonostante questo, mi sono innamorata del basket…anche perché non esisteva una squadra di rugby femminile a Rovigo. Dopo aver un po’ girato con il basket (Faenza e Lecco), sono rientrata alla base e, per caso, ho iniziato ad andare al campo Battaglini ad allenarmi. Giusto qualche corsetta…ma intanto aveva iniziato ad allenarsi la squadra femminile e io mi sono aggregata. Ma ripeto...”qualche corsetta…nulla più”! Il punto è che è molto più bello correre con il pallone che senza per cui ho iniziato a giocare con il pallone ovale…e li è stata fatta. Un anno dopo, mi sono trovata di fronte alla scelta basket o rugby…e ha vinto il rugby 100-0, nel senso che non riuscivo più a vedermi in una palestra ed avevo trovato il mio habitat naturale nel campo”.
- Hai praticato ad alto livello anche la pallacanestro, quale è la differenza principale e distintiva che hai riscontrato nel rugby? “Basket e rugby sono anche simili per certe cose. Anche il basket è sport di contatto…sotto canestro non te le mandano di certo a dire! Le differenze sono comunque parecchie. In primis, per me, quello che ha fatto la differenza, era l’ambiente. Il basket che praticavo io era quello del professionismo dove, sarà pur vero che “pecunia non olet”… ma per me… la pecunia olezzava parecchio! L’ambiente del basket era “asettico”, era un ambiente di lavoro. L’ambiente del rugby invece era naif, sanguigno, verace. La differenza è la stessa che passa fra il banco del pesce al supermercato con tutto il pesce sistemato ‘infilapertrecolrestodidue’ o in ordine di prezzo con cartellini ad indicare la rintracciabilità del prodotto, e il mercato del pesce a Porta Uzeda a Catania… un vociare continuo di gente, di pescatori, il pesce buttato senza cura e senza forma ma freschissimo, vivo, che ti guarda…e ti dispiace quasi comprarlo per metterlo in pentola ma al tempo stesso non puoi fare a meno di comprarlo! Un giorno al mercato è divertente, al supermercato no! Questa è la differenza maggiore, che è in sostanza uno spirito diverso. Del basket in realtà, nel tempo, mi è mancato molto il rigore e la professionalità. Il fatto di trovarsi agli allenamenti di rugby spesso in sottonumero e quindi di non potersi allenare a ranghi completi, era una cosa che non mi piaceva un granché e, anzi, mi infastidiva. E’ però il prezzo che devi pagare in un ambiente non professionistico. Altre differenze le legherei proprio al gioco. La velocità di finalizzazione che hai nel basket non è paragonabile a quella rugbistica. Lo stesso movimento di palla non ha le stesse tempistiche… ma il rugby rimane per me decisamente migliore e più spettacolare, con maggiori possibilità di creare ed inventare”.
- Cosa ti ha dato il rugby in generale e cosa nello specifico come donna? “Il rugby giocato è una parentesi. Però il rugby è per la vita. E’ comunque il rugby giocato che lascia i segni più profondi. Il gioco del rugby è esattamente tutto quello che puoi trovare successivamente nella vita, nel lavoro, nei gruppi che frequenti. Come donna, mi ha dato una consapevolezza maggiore del fatto che ce la puoi sempre fare. Che se ci provi, se ti impegni, prima o poi vieni premiata. Mi ha insegnato a non mollare prima di raggiungere la meta. Mi ha insegnato ad aiutare gli altri, sempre, appena ne ho la possibilità, senza chiedere o pretendere nulla in cambio. Ancora, come persona, mi ha dato l’opportunità di conoscere persone, amici, sui quali so di poter contare, solo in quanto rugbisti. Last, but not least, il rugby mi ha dato un’educazione superiore. Anche dal punto di vista umano e culturale. Con il rugby (avevo già iniziato con il basket, e per lavoro ancora non mi fermo…) ho viaggiato, conosciuto, scoperto paesi, persone, usi e costumi. Ho potuto apprezzare realtà diverse, conoscere tradizioni e imparare modi di agire, di pensare, modi di fare diversi dall’usuale. Oggi, nel mio lavoro, l’apertura mentale datami dallo sport è per me un grandissimo valore aggiunto. E, se penso alla società del futuro, sempre più mischiata ed eterogenea, lo sport probabilmente diventerà il veicolo di unione fra le persone, l’unico posto dove la regola sarà uguale per tutti, senza discriminazioni politiche, religiose o razziali”. - Ci sono discriminazioni verso le ragazze in un ambiente maschile come quello dell’ovale? “Ci sono, ci sono! Ma dove non ci sono? In quale ambiente non ci sono? Direi però che queste discriminazioni non sono sufficienti per abbattere e far desistere le donne. Semmai sono stimoli in più! Anche perché, sinceramente, non ho mai sentito obiezioni o commenti “intelligenti” in merito al fatto che le donne non possano/debbano giocare a rugby. Sono tutte obiezioni senza costrutto ed oggettività . Chiacchiere da bar insomma, nulla di scientifico”. - Molti club hanno istruttrici donna per le categorie del mini rugby. All’età di 6-7 anni dovrebbe avvenire il distacco del bambino dalla figura materna. A scuola il bambino trova quasi solo maestre, poi al campo il bambino trova una educatrice donna. In un momento di crisi del riferimento maschile nelle famiglie. Come la mettiamo? “In un ambiente fortemente maschile e maschilista, un bimbo che inizia con un’istruttrice donna nei primi anni, secondo me riesce ad avere un’introduzione “soft” nel mondo del rugby che altrimenti rischierebbe di non avere. Trovo quindi la figura femminile molto interessante in queste fasi. Direi che dai 14 anni in poi la figura maschile è decisamente auspicabile. Per quanto riguarda la crisi della figura maschile…beh, si apre un lungo discorso. In genere questa figura manca nei matrimoni finiti in cui il bimbo rimane con la madre e vede il padre meno di quello che servirebbe. Ciò non toglie che il padre, anche se “part time”, sia un cattivo padre. Così come non è certo che il padre “full time” sia un ottimo padre. Più che crisi del riferimento maschile, parlerei di crisi di valori in generale. Mi preoccupa di più un bambino che ha genitori che non lo seguono o che lo educano male. In quel caso l’allenatore/educatore assume un ruolo di “maestro di vita” a prescindere dal sesso e diventa un punto di riferimento laddove, appunto, le famiglie non riescano ad esserlo. La chiave di tutto, è creare dialogo e sinergia fra la famiglia e l’educatore, il tutto finalizzato al bene del bambino”. - Cosa diciamo alle mamme per convincerle a prendere in considerazione anche il rugby per le loro figlie? “Vi rigiro la domanda: m’amme, datemi tre validi motivi per non portare le vostre bimbe a giocare a rugby’. Ho detto motivi va-li-di, non scuse banali. Non li troverete, per cui mandate le bimbe a giocare a rugby”. - Rugby, sport "per uomini duri". E le donne che lo praticano come sono? “Le donne sono donne sempre. Le donne hanno la scorza dura. Magari il cuore è tenero ma la tenacia è una dote intrinseca nella donna. Ci sono donne che lavorano 8 ore al giorno, curano i figli, la casa, i genitori anziani, si caricano di problemi di ogni genere e continuano a dispensare forza e sorrisi. A tutti. In fondo in fondo, tutte le donne sono rugbyste!” Rugby, il gioco più naturale del mondo. Maria Cristina Tonna quest’anno ha avuto modo di partecipare, con le Azzurre, ad una performance storica: nel recente 6 Nazioni a La Spezia le ragazze guidate da capitan Paola Zangirolami hanno piegato le gallesi e poi a Edimburgo hanno vinto con le scozzesi con un netto 26 a 0. - Quanto è distante il movimento femminile italiano rispetto a quello di paesi come Irlanda, Inghilterra? “Rispetto all’Inghilterra siamo lontane anni luce, soprattutto a livello numerico, come lo sono anche le altre Union che fanno parte del 6 Nazioni (l’unica che le tiene testa è la Francia) ma il movimento italiano è relativamente recente; le prime tracce del movimento femminile italiano sono del 1978, il primo campionato italiano, gestito dalla UISP, del 1985, il riconoscimento da parte della Fir del 1992… beh abbiamo fatto dei passi da gigante. A livello tecnico, invece, abbiamo dimostrato negli ultimi anni di aver raggiunto una consapevolezza dei nostri mezzi, anche se abbiamo ancora margini di miglioramento, guai a sentirsi appagate del proprio lavoro!” - Proviamo a sfatare un mito: il rugby non è uno sport prettamente maschile. Quali sono le principali differenze col rugby maschile? “A livello di regolamento – dice Maria Cristina - nessuna, mentre per l’attrezzo pallone si sta valutando a livello di IRB di giocare con una taglia 4.5, ma è tutto ancora da definire. Spesso le differenze le troviamo nella motivazione, che nelle ragazze, anche a fronte delle tante avversità incontrate, sono altissime, come alta è l’attenzione nell’esecuzione degli allenamenti, lo spirito di sacrificio e la forza di volontà. Alcuni esempi: ragazze che pur avendo famiglia e figli riescono ad organizzare il tutto per poter andare ad allenarsi e giocare, altre che si fanno chilometri e chilometri per andare al campo, la maggior parte che usa le proprie ferie non esistendo ancora il professionismo al femminile, per poter onorare gli impegni della nazionale. Io penso che non esistano a priori cose da maschi o da femmine ( battaglia quotidiana con i miei figli contro i condizionamenti esterni) ma se una persona si impegna può riuscir; nel rugby bisogna essere atleti, maschi o femmine non fa differenza”. - Nell'approccio al rugby, quale è l’ostacolo principale da superare per favorire un incremento delle piccole praticanti? “Ti potrei rispondere con una provocazione… i genitori! Spesso ho a che fare con entrambi i genitori che dichiarano con veemenza che rugby è uguale a maschio e violenza. Le persone che poi riescono a superare l’ignoranza iniziale ( intesa come non conoscenza) ed affacciarsi al campo riescono anche a percepire che rugby fa invece rima con collaborazione, sostegno, amicizia, lealtà, che sono principi universali da condividere con maschi e femmine. Di contro, per fortuna, incontro anche genitori non necessariamente ex rugbisti, che si lasciano trasportare dall’entusiasmo delle loro bambine e che si fanno chilometri su chilometri per portarle a giocare; spero che siano sempre di più! Nella nostra cultura/educazione poi il contatto fisico viene ancora visto e soprattutto vissuto come qualcosa di proibito, da evitare, e comunque controllare. Il rugby è un gioco di contatto non solo con l’avversario, ma anche con il compagno e con il terreno di gioco… io direi che è il gioco più naturale del mondo!” - Cosa diciamo alle mamme per convincerle a prendere in considerazione anche il rugby per le loro figlie? “Di seguire le inclinazioni anche sportive delle loro figlie, che le bambine e le ragazze possono giocano a rugby senza timore che venga meno la loro femminilità. Ciascuna di noi è femminile in maniera personale, lo sport non toglie nulla a questo aspetto della vita, ma consegna al mondo dei cittadini migliori!” - Mettiamola sul personale: come hai iniziato a giocare a rugby? Per caso quando uno dei miei fratelli propose a tutti di andare a provare. Siamo andati e non ci siamo mai più allontanati, io avevo 13 anni. E sai cosa mi è piaciuto subito? La sensazione di libertà che mi dava correre con la palla in mano, o dietro ad un avversario per placcarlo, una libertà disciplinata. - Cosa ti ha dato il rugby in generale e cosa come donna? “Il rugby mi ha insegnato tanto, a dare sostegno senza chiedere nulla in cambio, ad essere paziente e a tendere una mano se qualcuno rimane indietro, che puoi tirare il più forte dei placcaggi e poi aiutare il tuo avversario a tirarsi su, mi ha rinforzato l’essere leale ed onesta anche nel quotidiano, mi ha fatto capire che andare avanti è priorità assoluta sul campo e nella vita. Auguro a tutti i bambini, e ai loro genitori, di poter vivere una esperienza come la mia! E ovviamente non posso non sperare che anche la mia bambina Juanita presto segua le orme del fratello Gabriel e si butti nella mischia!” Bene ragazze, avete ancora qualche motivo per non iniziare a giocare a rugby?
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