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Rugby para todos, l'ovale che include Stampa E-mail
domenica 20 giugno 2010
                            Spotlight!

Rugby Para TodosAlle due di fronte all'ingresso principale dello stadio Morumbi: siamo d'accordo così, con Fabricio. Non è tanto semplice darsi appuntamento, senza essersi mai visti, in una città con venti milioni di abitanti, ma di sicuro lo conoscono tutti lo stadio dove gioca il Sao Paulo, campione del Brasile degli ultimi tre anni - anche se poi il cuore dei paulistas batte più forte per il Corinthians o il Palmeiras, la squadra dei nostri emigrati che si chiamava fino al ‘42 “Palestra Itàlia”.

Ecco dunque il Morumbi, uno stadio da 80mila spettatori piuttosto anonimo visto da fuori. Ed ecco Fabricio. Via mail mi ha raccontato un po' di “Rugby para todos”, il progetto che coordina e che porta la palla ovale fra i ragazzi delle favelas. Monto in macchina, andiamo a vedere.

A Fabricio Kobashi de Faria, oggi 27enne, l’idea spunta in testa nel 2004, al rientro da un soggiorno di un paio d’anni in Australia. A Sidney ha studiato inglese, lavorato come cuoco e preso dimestichezza con la dimensione dell’ovale nella terra dei canguri giocando nel Newport, un club di Northern Beaches con 600 tesserati.

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Certo l'idea dello sport come strumento educativo in aree disagiate non è una novità, neppure qui in Brasile. «Di progetti ce ne sono molti e dentro alle favelas c'è anche una grande voglia di sport, oltre al calcio che tutti praticano», racconta Fabricio, «è naturale che le discipline di contatto abbiano un certo appeal in questi luoghi, quindi io e il mio amico Mauricio, con cui gioco da sempre nel Pasteur, abbiamo pensato che il rugby avrebbe potuto funzionare bene. Però bisognava evitare l’errore commesso quando negli anni Novanta si introdusse nelle favelas l’insegnamento del jiu-jitsu. Molti ragazzi andarono ad imparare quest’arte marziale ma esclusivamente dal punto di vista tecnico, senza la filosofia che ci sta dietro, con l’esito di avere solo un’arma personale in più. Serviva qualcosa di più complesso, di più articolato, al di là di far praticare sport».

In “Rugby para todos”  Fabricio coinvolge allora psicologi, pedagogisti, medici, nutrizionisti, oltre ad allenatori che provengono anche dagli altri tre club storici di San Paolo oltre il Pasteur – cioè Bandeirantes, SPAC e Rio Branco – e che svolgono preliminarmente un adeguato programma di formazione. Nella prima stagione la promozione nelle scuole porta al campo, sorprendentemente, già una sessantina di bambini. L’area prescelta per avviare il progetto è Paraisopolis, la seconda più grande favela di San Paolo e la quinta del Brasile con i suoi 80mila abitanti (stipati in un’area di 900 mila mq, come 80 campi da calcio). «Io abito qui vicino, in una zona che è piuttosto di middle class, mentre poco più in là c’è un quartiere fra i più lussuosi della città», mi spiega Fabricio mentre con la macchina entriamo nella favela e tutto intorno il paesaggio cambia rapidamente.  

“Favela” è una parola-chiave del Brasile contemporaneo, esportata anche all’estero assieme a samba e telenovela. In un paese in cui l’indice di omicidi ogni 100mila abitanti è di 25,2 contro l’1,1 dell’Italia e il 6 degli Stati Uniti, per molti brasiliani ecco una risposta semplice di fronte a problemi di enorme complessità: per cui tutto il male e la violenza della società derivano dalle favelas e dai favelados che vi vivono.

Baraccopoli, bidonville, slum sono tutti sinonimi di favela. Così “villa miseria” in Argentina, o “township” in Sud Africa. Letteralmente la favela è un’ortica della savana del nord-est e i primi ad essere chiamati favelados - perché segnati in tutto il corpo dalle irritazioni - furono i reduci dell’esercito che nell’Ottocento si accamparono in una collina di Rio in attesa di un compenso dal governo che non arrivò mai (con ironia tutta brasiliana, la stessa che ha coniato “Paraisopolis”, la collina fu ribattezzata “Morro da Providência”). Quegli ex combattenti inaugurarono così una categoria che è oggi piuttosto ampia, andando dai quartieri fatti di lamiere, ondulati ed eternit ad aree con abitazioni e vita sociale quasi “normali”. Qui a Paraisopolis non ci sono cartoline da spedire, ma non è neanche lo slum di Bombay in cui cresce Jamal del film “The millionaire”. «Dopo il tramonto magari è meglio evitare, ma di giorno si può camminare tranquillamente», dice Fabricio mentre passeggiamo verso il campo dove è previsto l’allenamento di minirugby. Le case sono di mattoni, seppur senza intonaco e spesso senza infissi, con solo una tenda o un nylon a far da finestra. A Paraisopolis ci sono comunque otto scuole ed una embrionale assistenza sanitaria con due “postos de saude”, mentre incrociamo pure un grande negozio di elettrodomestici della catena Casas Bahia, una specie di Mercatone Zeta brasiliano. Parlo a Fabricio di una foto delle favelas di San Paolo che vidi sulla rivista “Internazionale” e che gira nel web. «Sì, certo, è una foto famosa, ti porto a vedere da dove è stata scattata», fa Fabricio, e in due minuti siamo lì. L’immagine di fronte a noi è il ritratto più eloquente della polarizzazione di classe in Brasile. Qui le case arroccate di Paraisopolis, color del mattone grezzo. Immediatamente a ridosso bianchi grattacieli ovattati, con i giardini curati e le piscine sul balcone. 

L’allenamento è già  cominciato quando entriamo nella polisportiva Alayde Domingues de Carvalho. I ragazzi sono composti e attenti, seduti in cerchio attorno all’allenatore. Mi aspettavo delle belve scatenate e incontrollabili, come sempre quando metti insieme un po’ di bambini per il minirugby. Fabricio: «Quello che parla è Rodrigo, lo psicologo che collabora al nostro progetto e che viene agli allenamenti una volta alla settimana. Ciò che ci interessa trasmettere è la filosofia che sta dietro al nostro sport, quindi il significato della cooperazione, della lealtà, della disciplina. In questa situazione sociale il concetto fondamentale è il rispetto: il rispetto delle regole, ma anche il rispetto verso gli altri, sia compagni che avversari, e il rispetto per i beni comuni come le struttura sportiva». Quest’anno partecipano a Rugby para todos un centinaio di ragazzi e ragazze fra gli otto e i sedici anni, mentre dall’inizio del progetto (che intanto ha ottenuto finanziamenti dalla municipalità cittadina e da una grossa impresa privata, la MB Engenharia) ne sono stati coinvolti oltre 500. David Prates è stato fra questi, ed oggi è uno dei due allenatori in campo. L’altro si chiama Fernando e la cosa più bizzarra è che veste un paio di braghette rossoverdi del Segni. «David ha cominciato con noi qualche anno fa, ora gioca nel Pasteur ed ha partecipato alle selezioni per la Nazionale. Se continua ad allenarsi e a migliorare come ha fatto finora, sarà il primo degli atleti di Rugby para todos a vestire la maglia del Brasile. Cerchiamo di far restare i ragazzi nel nostro ambiente anche dopo i sedici anni, portandoli nei club. Attualmente sono una decina quelli che giocano nelle squadre di San Paolo. All’inizio l’approccio con i bambini non è facile, perché il rugby è totalmente sconosciuto qui. La stessa parola “rugby” viene difficile da pronunciare ed è storpiata in tutti i modi. Partiamo davvero da zero, dall’insegnare che la palla è ovale e che fa dei rimbalzi strani. Come allenatori non abbiamo occasione di confrontarci con il rugby dei paesi più avanzati, neppure con i nostri vicini argentini con i quali non abbiamo rapporti. I metodi di allenamento, gli esercizi, sono quindi un po’ sperimentali, basati sull’obiettivo di far divertire i ragazzi e allo stesso tempo trasmettere loro valori positivi».

L’allenamento di minirugby a cui assistiamo, comunque, non è poi molto diverso da quelli visti in Italia. Diversi sono piuttosto i minirugbisti (e le molte minirugbiste), perché il problema non è qui insegnare la fiducia nel contatto con il terreno o con il corpo dell’altro ma semmai il contrario. Agili, vispi, un po’ sfacciati: si capisce che il background è quello dei giochi di strada, non ci sono dietro televisori, computer e mamme protettive, magari con l’ossessione del caschetto e del paradenti. «Lavoriamo con i ragazzi sulla limitazione della loro naturale aggressività, il rugby permette di non reprimerla ma di incanalarla all’interno di regole», commenta Rodrigo Scialfa Falcão, lo psicologo, «un altro vantaggio di questo sport è che offre spazio anche a chi magari è grasso o non è molto abile nelle gestualità, che però trova un suo ruolo nel gruppo, mentre il calcio bambini così li esclude immediatamente. Il contatto qui non è mai un problema, i ragazzi di Paraisopolis sono abituati a giocare all’aria aperta fin da piccolissimi, ad arrampicarsi sugli alberi… Non hanno paura di niente. C’è invece un aspetto più delicato da gestire e riguarda il fatto che ragazzi e ragazze giocano insieme fino a quindici anni, un’età in cui la sessualità ha già un sua rilevanza per un adolescente brasiliano. Fra i fattori educativi entra in gioco quindi anche il rispetto della donna».

Rispetto all’iniziale impressione di disciplina, l’allenamento si sta animando. Si è in palestra, su un pavimento di linoleum, e Fernando e David vietano placcaggi e contatto, ma con scarso successo. C’è una certa eccitazione nell’aria. Il motivo, mi spiegano, è che domani c’è un torneo alla “Virada Esportiva de São Paulo”, una specie di festa dello sport. «Succede sempre così, alla vigilia di questi appuntamenti», commenta Fabricio, «ciò che ai ragazzi piace di più è viaggiare, vedere qualcosa di diverso, anche se si tratta solo di andare in un’altra zona della città».

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L’appuntamento è un’altra volta davanti ad uno stadio, il Pacaembù dove gioca il Corinthians (e mi viene in mento uno dei miti di gioventù, Socrates…). Passa a prendermi Fernando, l’allenatore, che parla un italiano perfetto pur con uno strano accento fra il portoghese e il romanesco. «I miei due anni a Segni sono stati bellissimi, ci tornerei subito», confessa Fernando Portugal, centro della Nazionale verdeoro, «eravamo una squadra davvero tosta, specialmente in casa. Con l’argentino Reyna, che ora gioca a Prato, facevamo una bella coppia di centri. Ma con il mio passaporto da extracomunitario non c’era molta strada da fare, e sono tornato a casa». Piccolo il mondo. Ora Fernando, oltre a collaborare a Rugby para todos, ha dal governo Lula una borsa di studio per sportivi che gli permette di prepararsi al meglio per le qualificazioni ai Mondiali della sua seleçao. Andiamo al complesso sportivo Edson Arantes do Nascimento a Lapa, una zona residenziale. Fabricio ha organizzato tutto per bene. Il logo di Rugby para Todos è ovunque, ai gazebo si distribuiscono informazioni e materiale, mentre manifesti raccontano storia e regole del rugby e un deejay si occupa dell’accompagnamento musicaIe. C’è un clima di festa. I ragazzi del minirugby, si stanno divertendo un mondo, divisi fra il campo in erba e quello in sabbia preso in prestito al futebol da praia popolarissimo sulle spiagge brasiliane, si stanno divertendo un mondo.  
 
Elvis Lucchese
(per gentile concessione della rivista “Rugby Club”)
 
 
IRPT (Institudo Rugby para Todos) è una istitituzione senza scopo di lucro, nato nel 2009 ma operativo vcon il proprio progetto già nel 2004.
Opera in Sao paolo in Brasile, nel quartiere di Paraisopolis, dove attraverso i principi del rugby mira a offrire nuove prospettive
a bambini ed adolescenti che vivono in situazioni di disagio sociale
Il suo motto è unione, rispetto, lealtà, amicizia e disciplina.
Dopo soli cinque anni, oggi un modello di azione efficiente e sostenibile, riuscite a mantenere all'interno di questa comunità e che può essere esteso ad altre comunità con simili contesti sociali.
IRPT offre diversi servizi: promozione e introduzione del rugby nei club sportivi, formazione di istruttori, corsi di introduzione al rugby, tornei.

Per chi fosse interessato a sostenere “Rugby para todos”, ciò di cui gli organizzatori del progetto hanno bisogno è:
- materiale tecnico di qualsiasi tipo e in qualsiasi lingua (dvd, libri, etc.) per migliorare le loro competenze di insegnamento
- magliette o semplici t-shirt per bambini e ragazzi.
www.rugbyparatodos.org.br

 

 
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