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Il rugby è troppo fisico? Stampa E-mail
mercoledì 04 novembre 2009
Il 3 novembre scorso, sul sito telegraph.co.uk l’articolista Steve James, prendendo spunto da alcune noiose partite di Premiership e di Magners Celtic League prive di mete, pubblica alcune riflessioni che sormonta col titolo “Il rugby è troppo fisico, dalla base al top ”.

Questo è, secondo la sua opinione, un problema per il rugby professionistico moderno. E cercandone le cause, o una di esse, arriva sino al mini rugby, quello giocato in UK quanto meno.
Un amico, che arbitra la domenica mattina in un concentramento, gli racconta questo episodio. La settimana scorsa arbitrava un match, e dopo pochi minuti esasperato ferma le squadre, le riunisce e domanda:
 “Cosa state cercando di fare?”
Segnare mete” rispondono tutti.
Sì, ma in che modo?” risponde lui.
Correndo dritti addossso all’avversario,” dicono i ragazzi.
Correte negli spazi invece!”.
Salendo di categoria le cose restano uguali, fino al top. Si perderebbe in sostanza l'attitudine a cercare il gioco negli spazi. Non c’è da stupirsi, inoltre, che gli infurtuni crescano.
Il flanker gallese Martyn Williams, intervistato di recente, ha spiegato il motivo della sua longevità (è un ’75, è 183 cm di altezza e pesa 100 kg): “I ragazzi diranno che è perché in tutti questi anni ho evitato gli scontri!”. L’ha detto con imbarazzo, ma non dovrebbe averne, dimostrerebbe anzi che il  rugby può essere giocato con la testa oltre che con i bicipiti.

Cosa accade nel mini rugby?
La divisione dei mini atleti per gruppi d’età fa si che bambini con uno sviluppo fisico ben differente o precoce si confrontino con coetanei di diversa stazza. Questo favorirebbe in generale i ragazzi che “crescono prima”, spesso sono quelli più efficaci nel gruppo e quelli che meno di altri sentono il bisogno di evitare il contatto ed esplorare altre soluzioni. Altri ragazzi, anche più talentuosi, rischiano di essere accantonati o di abituarsi alla cosiddetta squadra B, laddove le carte non siano sapientemente mischiate, senza preoccuparsi troppo di puntare alle coppe.
Alcune domande.
Forse i ragazzi ricevono già da quando sono piccolissimi un allenamento molto saturo di insegnamenti tecnici, col rischio che il divertimento e la esplorazione restino confinate?
Il rugby non è forse una serie di esercizi di problem-solving, di situazioni disparate davanti alle quali il giocatore deve cercare la soluzione, esplorando e sperimentando le possibilità?
L’obiettivo non è dare un set di istruzioni ampie e lasciare poi che i ragazzi cerchino le soluzioni, senza applicare piani di gioco imposti e conservando quindi  l’istinto del rugby?
 
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Le Plaisir du Mouvement Stage P. Villepreux
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