Vincere la partita educativa per ogni singolo bambino

minirugby.it-educatori-in-campo“Formare uomini-atleti che sappiano competere ai massimi livelli sportivi e siano capaci di reagire positivamente sotto pressione in ogni situazione della vita”.
E’ questa, secondo la FIR, la missione affidata al formatore nel rugby.
E’ una missione che ha due dimensioni, sportiva ed educativa.
Il formatore quindi non dovrebbe sottrarsi ad alcuna di esse e, a sua volta, dovrebbe prepararsi ed essere messo nelle condizioni per operare come tale, ovvero come allenatore e come educatore.
La missione sarà compiuta se ogni atleta, ogni uomo, avrà acquisito anche grazie allo sport una ampia autonomia e una solida stima di sé.
Quanto contano in questa acquisizione i precetti, gli insegnamenti e quanto gli spazi lasciati alla libera esplorazione?

Le competenze dell’educatore
Sebbene le esigenze del rugby di base italiano siano ancora in parte “di quantità” (tanti bambini, tanti educatori che non ci sono), senza una adeguata crescita qualitativa di chi forma i ragazzi è difficile pensare che la missione possa essere mantenuta.
Le esigenze di alto livello che la Federazione persegue (avere un buon numero di giocatori professionisti di grande qualità) passano prima attraverso il lavoro svolto nelle fasi dell’avviamento (ciclo U6-U8), della formazione (ciclo U12-U14) e della specializzazione (ciclo U16-U18). Che richiedono preparazione.
Le esigenze delle famiglie e, in primis, dei ragazzi stessi, sono però essenzialmente educative (tranne per i fissati che hanno bisogno di immaginare a tutti i costi nel proprio figliolo il campione che non sono stati).
Vediamo in grande sintesi come può essere interpretato il ruolo del formatore deputato a insegnare il rugby e non solo quello ai nostri figli e, soprattutto, quale può essere un approccio utile.

Il termine “educatore” nel mini rugby dice che il primo scopo del suo ruolo non è “allenare in relazione all’ottenimento di una vittoria sportiva”, ma “contribuire allo sviluppo psicofisico del bambino”.
Il bambino non è solo un principiante che deve scoprire e apprendere un nuovo gioco, è un principiante che ha anche la primaria ed ineludibile necessità di sviluppo motorio e di sviluppo della personalità, specifici dalla sua età.
Nel complesso quindi, all’educatore sono richieste competenze ascrivibili ad  aree diverse. All’area personale appartengono la sua disponibilità, la motivazione a migliorare, il rispetto…; all’area del gioco appartengono la conoscenza del regolamento e dei principi fondamentali del gioco, dei metodi  d’insegnamento…; all’area organizzativa quelle della programmazione e del lavoro per obiettivi, della gestione del lavoro in staff;  all’area relazionale appartengono le competenze in termini di comunicazione, di gestione del gruppo e del singolo, di sviluppo della consapevolezza nell’atleta.

Favorire la crescita personale
In uno sport come il rugby, favorire la crescita personale significa favorire la crescita del singolo, con la sua originalità, all’interno di una squadra.
In questo senso le competenze relazionali dell’educatore devono emergere chiaramente. L’educatore infatti si deve adoperare per rendere consapevole il singolo bambino sia delle sue abilità che dei suoi limiti. Il confronto anche con gli altri sarà fondamentale per questa presa di coscienza. L’abilità dell’educatore che è consapevole di questo (la singolarità è un valore e lo sport può accrescerla, valorizzarla, lo sport cresce persone: non è questo un fine educativo?), sarà di riuscire a valorizzare negli allenamenti e nelle partite ogni singolarità.

Cosa può ostacolare il lavoro dell’allenatore verso l’obiettivo della crescita personale di ciascun ragazzo?
Anzitutto una errata focalizzazione sugli obiettivi. Nessuno vi dirà mai che bisogna trovare i ragazzi “buoni” per fare crescere poi le squadre superiori, nessuno vi dirà mai che vincere i tornei è meglio. Pochi vi espliciteranno gli obiettivi degli adulti, ma attenzione, per logici che siano, non sono quelli dei bambini.
I bambini (anche) con lo sport devono realizzare la migliore crescita personale. E la crescita personale è giocoforza originale, nel senso che ciascun bambino ha caratteristiche individuali che vanno valorizzate, ha una sua capacità creativa che non va tarpata. Cosa che invece può avvenire se nel nobile obiettivo di insegnare le regole e i principi del gioco, le tecniche e le tattiche, l’educatore lascia prevalere i puri modelli tecnici.
“Vai dritto!” contro “Cerca lo spazio” ad esempio. Cosa significa? “Fai così” contro “Trova la soluzione”. Nella ricerca della soluzione il bambino sperimenta quello che ha appreso ma anche la propria creatività, il suo modo originale di trovare e raggiungere la soluzione. Che, tra l’altro, è caratteristica che si riscontra in ogni campione, cioè nello sportivo che fa la differenza (anche) perché ha un modo originale, unico, distintivo di giocare.
Quindi attenzione a lasciare che tecnica, tattica, agonismo precoce abbiano il sopravvento anche nel mini rugby a scapito della originalità e specificità di ciascun mini atleta.

Gli interventi dell’educatore
Troviamo in sostanza alcune indicazioni nella stessa didattica FIR che possono essere intese nel senso di valorizzare al massimo, attraverso un metodo d’intervento adeguato, le peculiarità in divenire di ogni bambino.
Ogni bambino ha un proprio vissuto motorio, ha cioè abilità che ha sviluppato, chi più chi meno, “che se adeguatamente stimolate utilizzerà al servizio delle esigenze del gioco; così facendo apprenderà giocando”.
L’educatore ha un compito preciso: “…proporre delle situazioni di gioco o più vicine possibili al gioco, a cui il bambino dovrà dare una risposta a livello sia cognitivo che motorio. Se il bambino non dovesse trovare le giuste risposte l’educatore dovrà allora modificare la propria proposta rendendola più semplice rispetto alla precedente o più vicina al vissuto del giocatore. L’educatore deve sollecitare in continuazione il bambino a porre la propria attenzione sul proprio comportamento all’interno della situazione di gioco, ponendo domande, variando le situazioni proposte e supportando il giocatore nel raggiungimento della ‘risposta adeguata’ senza dare le soluzioni ma permettendo al bambino di arrivare alle soluzioni”.
Particolarmente critica può essere la gestione dell’errore, che leggerei come il “tentativo personale andato male di trovare la soluzione” e non come uno sfregio alle regole del buon gioco o una incompetenza degna di punizione.  Qualche caso aberrante del tipo “se calci esci” è capitato di vederlo.
Se l’educatore interviene su un errore dettato dalla mancanza della giusta abilità, il rischio è indurre nel bambino il “timore di provare”.  Che se ci pensiamo bene, è il peggior risultato che si possa conseguire: in nessuna competizione vince infatti chi non parte nemmeno.
Se l’educatore riconosce invece il valore dell’apprendimento che passa per la sequenza prova-errore-prova, allora  userà quell’errore come punto di partenza e impulso per facilitare l’apprendimento, senza punizioni, imprecazioni, rimproveri, e sempre in un clima positivo e di rinforzo.
Questo aiuterà certamente di più ogni singolo bambino a riconoscere le proprie abilità e i propri limiti, forse perdendo nell’immediato qualche partita di concentramento in più, ma non certo quella educativa.

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