Il business cancella il ruolo educativo dello sport?

rugby-championNel corso del secolo scorso lo sport è divenuto un elemento di grande rilevanza sociale in moltissimi paesi del mondo.
Oggi quale altra attività ha un appeal così forte su un numero così elevato di persone, a prescindere da lingua, costumi, razza e livello economico?
Lo sport è  - tra chi lo pratica e chi lo segue -  uno dei maggiori hobby del mondo moderno, al quale dedicano grande  spazio i mezzi di comunicazione di massa. La punta dell’iceberg è lo sport professionistico.
Il rugby stesso, col passaggio al professionismo e con l’istituzione della World Cup da parte dell’International Rugby Board nel 1987, ha fatto registrare una esplosione di interesse e notorietà, tanto che l’evento in questione è il terzo al mondo per numero di spettatori dopo Olimpiadi e Mondiali di Calcio.
Il business è un driver molto potente. Come tale cambia anche il modo di fare e concepire lo sport.

Dove c’è il business - si dice - cambiano per forza le regole.
Per forza? No, per convenienza.

Business e ruolo educativo dello sport. Nelle associazioni sportive dilettantistiche, soprattutto quelle che operano per i bambini e i ragazzi, dovrebbe essere ben chiaro, almeno nella teoria, il ruolo educativo dello sport.
In teoria, perché la pratica spesso è ben altra cosa, dato il prevalere di interessi minimi personali oppure per la mancanza di un adeguato spessore culturale.
Ma se ci allontaniamo dallo sport dilettantistico per muoverci verso quello professionistico tendiamo a mettere fuori fuoco il riferimento educativo. Lo sport professionistico non ha un ruolo formativo, non deve necessariamente concorrere alla formazione della persona nello sport?
Con lo sport professionistico la componente ricreativa dello sport lascia spazio allo spettacolo.
Organizzazioni anche complesse operano per un obiettivo: vincere! E guadagnare.
L’ambiente sportivo professionistico coinvolge molti più soggetti: appassionati, supporter e… consumatori. Le logiche insomma cambiano completamente.
Spettacolo, agonismo, vittoria, budget, prestigio: sono questi i fattori chiave dello sport professionistico, quelli per i quali si sacrifica ogni altra considerazione, arrivando ad accettare comportamenti di fatto antisportivi e quindi, oltre che scorretti, anche fortemente diseducativi. Che certamente fungono da deleterio esempio anche su chi pratica lo sport a livello amatoriale, in primis i ragazzi, facilmente influenzabili dai modelli di riferimento.
Se però il campione professionista è un visibile riferimento, può permettersi di tenere comportamenti antisportivi? La sua figura non è fortemente diseducativa? “Non dirmi cosa devo fare, mostramelo!”: i bambini imparano soprattutto dagli esempi e gli esempi dei campioni sono particolarmente “attraenti”.
Il potenziale educativo dello sport professionistico, quindi, si riflette su chi vive lo sport come amatore o come semplice spettatore.
Mi stanno a cuore su questo argomento soprattutto  le riflessioni degli educatori, di quelle persone cioè che con coraggio (e non sempre supportate a dovere) si assumono la responsabilità di interloquire con i ragazzi nella fase delicata del loro sviluppo anche cognitivo e morale.
Gli educatori più sensibili, avvicinatisi al ruolo di allenatore, hanno scoperto che allenare è solo una frazione del loro compito, forse nemmeno la più impegnativa. Se sanno mantenere i riferimenti educativi a prescindere dalla categoria e dall’età dei ragazzi, avranno il merito di avere contribuito a formare uomini e – tra loro – anche campioni esemplari.

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