Il rugby va oltre il cartellino
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- Creato Domenica, 22 Gennaio 2012 23:14
La vera squadra è quella che fai tu con i tuoi compagni, non necessariamente quella che sta su un tabellino gara e sotto l’insegna di un club. Nel senso che questo non basta, la squadra è quella che costruisci quando condividi l’impegno, la passione, lo spirito solidale che, nel rugby, si chiama sostegno.
‘I love rugby team’, potremmo chiamarli così, quei giovani giocatori fiorentini che quest’anno non essendo riusciti ad ottenere lo svincolo dalla società sportiva per la quale sono formalmente tesserati ormai loro malgrado, hanno fatto una scelta di sostanza ma anche di spirito, ovvero restare squadra e giocare a rugby con i pari età (sono U20) invitandoli per match amichevoli, non potendo prendere infatti parte al campionato vero e proprio.
E’ una storia che parte da un mancato accordo tra due club di Firenze, una collaborazione che salta e... insomma, alla fine diversi ragazzi restano senza un campionato. Non è il fatto in sè che ci interessa.
Ci piace semmai portare alla luce lo spirito che anima questi ragazzi che – in un articolo redatto da Don Claudio Belfiore responsabile del CNOS sport – hanno detto la loro evidenziando la passione per il loro sport e le motivazioni della loro perseveranza.
Riportiamo alcuni passi di quella intervista.
• Cosa ci dite della vostra squadra?
- Pino. Siamo una piccola squadra di Firenze, un gruppo di amici che nonostante tutte le avversità che si sono presentate durante quest'anno ci siamo impegnati e continuiamo a giocare, perché ci piace veramente.
- Birra. Siamo una squadra, dove ognuno si impegna ad aiutare e sostenere l'altro sul campo e nella testa. Siamo un gruppo molto unito, che non mostra segni di cedimento in alcun momento.
• Le caratteristiche speciali della vostra squadra?
- Simo. Siamo amici e ci piace il rugby!
- Max, il capitano. La caratteristica che ci rende speciali è sicuramente la nostra storia, cioè il duro percorso che stiamo ancora percorrendo e che, personalmente, sono fiero di affrontare con i miei amici. Non possiamo giocare partite ufficiali, non abbiamo un campionato, non abbiamo una classifica, in teoria sembrerebbe che non ci siano gli stimoli per continuare. E invece noi ci alleniamo, cresciamo insieme e non ci arrendiamo, come una vera squadra. Ciò che mi colpisce più di tutto sono le personalità di ognuno di noi, che unite per formare qualcosa di unico ti fanno sentire come in una grande famiglia.
• Cos'è che vi fa sentire squadra?
- Tommy. La situazione in cui ci troviamo, perché ci rende più uniti, e la passione che proviamo per questo sport.
- Culino. Il non poter giocare un campionato ed il dover lavorare insieme per giocarlo in futuro
- Simo. Lo stare tutti insieme anche senza un campionato a cui aspirare, lottare con il caldo o con il freddo, con la pioggia o il bel tempo, ma soprattutto giocare per la soddisfazione che ci dà questo sport.
- Baggia. Sicuramente l'amore che ci lega a questo sport. Inoltre la forte amicizia. Tutto ciò grazie anche al nostro allenatore che ci motiva sempre al massimo nonostante le numerose avversità.
- Max. Nel rugby la squadra è fondamentale, dobbiamo essere come fratelli pronti a sacrificarci l'uno per l'altro. È lo spirito rugbistico che ci tiene uniti e ci fa lottare insieme contro le difficoltà: l'ostacolo di uno di noi è l'ostacolo di tutti noi. C'è tanto lavoro da fare, quindi gli stimoli non mancano.
• Cosa ne pensi dell'ingiustizia che avete subito?
- Pino. Penso che sia solamente un "dispetto" che ci è stato fatto, per il fatto che noi come ragazzi non siamo minimamente responsabili di ciò che è successo, anche se alla fine dei conti siamo gli unici che ne stanno pagando il prezzo. Le dispute tra le due società non ci avrebbero dovuto toccare, e sono dell'idea che se davvero avessero avuto a cuore "il nostro bene", ci avrebbero lasciato il nullaosta permettendo di divertirci fino in fondo, dato che come ho già detto, nessuno di noi è responsabile di ciò che è successo.
- Culino. Credo che chi non ci ha dato il nullaosta, non si renda conto che così facendo danneggia solamente noi ragazzi sia i vincolati che i non vincolati. Oltre a danneggiare anche i propri tesserati, creando una frattura fra noi ragazzi.
- Max. In effetti è stata fatta un'ingiustizia nei nostri confronti: per un "capriccio" ci siamo ritrovati senza giocare un campionato ufficiale e senza la possibilità, per alcuni di noi, di fare qualche presenza in prima squadra. Con tutte le ragioni che possono avere, mi sembra abbastanza infantile far ricadere il prezzo di tutto ciò su noi ragazzi. È vero, siamo indignati e a volte, personalmente, provo veramente tanta rabbia, ma la trasformo in positività allenandomi e giocando sempre con più voglia. Siamo contenti e convinti della nostra scelta e fiduciosi che la situazione si risolverà.
• Come avreste voluto risolvere questa situazione?
- Birra. Ci sarebbe piaciuto risolverla potendo giocare il campionato nella squadra che abbiamo scelto, ma la giustizia sportiva ha deciso diversamente.
- Baggia. Avrei preferito che non ci fosse questa divisione, ma una volta avvenuta avrei preferito che fosse lasciata ad ognuno la possibilità di andare dove voleva.
• Hai qualche suggerimento da dare ad allenatori e dirigenti?
- Max. Magari cercare di ricucire un po' i rapporti, con l'impegno di entrambe le parti, permetterebbe di aprire nuove vie per la soluzione della nostra questione. Per il resto devo solo ringraziare i dirigenti e gli allenatori, che ci hanno sempre fatto sentire il loro appoggio, soprattutto con il loro duro lavoro per formare e mandare avanti questa squadra.
- Baggia. No, penso che i nostri dirigenti abbiano fatto un ottimo lavoro, trovando 7 ragazzi nuovi e tentando di svicolarci in tutti i modi.
- Birra. Ai miei allenatori e dirigenti non devo suggerire niente, sono perfetti così, ci mettono tutto l'impegno e le capacità che possono, e secondo me stanno facendo un ottimo lavoro.
Ragazzi, quindi, che hanno voglia di giocare e restare squadra, al di là del... cartellino!
Perchè rischiare di privarli della possibilità di praticare il rugby, la cui promozione è - tra l'altro - la missione statutaria di ogni club?
Immaginiamo che alla base del disaccordo che ha determinato questa situazione ci siano delle ragioni, naturalmente.
Tuttavia, come sempre è necessario chiedersi per chi e con quali motivazioni noi adulti facciamo i dirigenti, gli allenatori etc. e prendiamo decisioni, e se davvero cerchiamo sempre soluzioni che tutelino necessariamente i ragazzi.
Non sempre, infatti, questi sono nelle condizioni di fare quadrato e non mollare. Pensiamolo ogni volta che un bambino, un ragazzino abbandona il club e lo sport: doveva proprio finire così?
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