Lo sport non è solo una questione di soldi

pallone-bucatoAlle 5 del mattino un idolatrato campione della pelota, quella rotonda, nella sua lussuosa villa dorme con la coscienza sporca ma non si aspetta – forse - di essere svegliato dal campanello che suona, né si aspetta di trovarsi davanti le forze dell’ordine con un mandato di arresto.
Dorme tra guanciali d’oro, comprati prendendo piuttosto bene a calci un pallone. Dorme agiatamente, non se lo aspetta.
O forse no?
Anche i sogni dei principi talvolta sono popolati da incubi.
Quello che sta capitando, anzi ricapitando, al calcio italiano in questi giorni, però, è un incubo che si ripete ciclicamente. Questo incubo oggi si chiama calcioscommesse, ma più genericamente, “grande imbroglio”.
Da Paolo Rossi a Moggi, fino a Cristiano Doni, il calcio professionistico italiano si è forse abituato a questo incubo. Quanti campionati sono stati decisi dai giudici sportivi? Parecchi, troppi.
Oggi il presidente della Lega Calcio,  Maurizio Beretta, replicando seccamente al presidente del Coni Gianni Petrucci che lo ha rimproverato di pensare solo ai soldi, dice che “è doveroso sottolineare che fare soldi è il nostro lavoro. Noi gestiamo un business che vale un miliardo di euro e che mette il calcio tra le prime aziende italiane. E' normale che sia la nostra principale attività”.
Principale, ma non unica. Le altre quali sono?

Non si capisce. Beretta continua: “Se mancano le risorse non si possono pagare i campioni e senza campioni non si va da nessuna parte perché all'estero hanno molti più soldi di noi, per tanti motivi a cominciare dagli stadi di proprietà. La Lega deve far crescere il grande calcio di serie A”.
A che pro? Per fare altri soldi.
Che la gente segua uno sport solo se ci sono i campioni è solo una mezza verità, perché se da un lato è vero che solo il calcio in Italia muove regolarmente tante centinaia di migliaia di persone ogni weekend, è anche vero che ogni domenica se ne muovono altrettante sui campetti e nelle palestre di ogni città e minuscolo paese, spostati questi non dal nome del campione, ma anzitutto dalla passione.
Passione che non è sinonimo di tifo e che è ciò che manca sempre più al calcio professionistico.
E non è la sola mancanza. L’altra è la sportività. Che per uno sport, non è una deficienza da poco. La faziosità, la polemica, la violenza, le partite truccate, i bilanci drogati… sono l’esatta antitesi dello spirito sportivo.
Se il presidente della Lega ritiene che non sia una sua missione recuperare questa impronta essenziale al calcio professionistico, allora non vedo come si possano evitare scandali come quelli attuali e passati, che guarda caso, girano tutti attorno ai soldi e vedono coinvolti milionari che imbrogliano per divenire “un po’ più milionari”.
Questa riflessione perché mi auguro che il nostro sport, il rugby, pur orientato sempre più al professionismo, impari e non finisca per soccombere ai meri interessi economici, diventando un altro spettacolo sempre meno sportivo e sempre più business driven.
Un buon modo per ripulirsi la mente dalla tentazione di vedere lo sport come una occasione di business e basta, è guardare i bambini che giocano a mini rugby (ma anche a calcio, a minivolley…) senza vederci per forza un futuro campione. La domanda, in soldoni, è sempre la stessa: perché faccio fare sport ai miei figli?
Non torniamo nel merito, abbiamo scritto su questo (vinci la pigrizia e cerca nella sezione Mini Rugby Grande Sport e in Giocare a mini rugby), ma sono convinto che fare esercizio di sportività a partire dai campetti della domenica offra davvero la chance di rivedere gli atteggiamenti ed i pensieri anche sullo sport di alto livello e sul modo – troppo fazioso – con il quale anche chi vi assiste lo vive.
Un esempio su tutti. Andate a vedere le partite di rugby? Entrate nello stadio col sorriso, vi sedete dove preferite, se fa freddo vi bevete un vin brulè, cose che conoscete bene.
Con che stato d’animo riuscite ad entrare in uno stadio di Serie A dopo avere subito due perquisizioni, fatto la coda davanti ai tornelli, parcheggiato in luoghi improbabili e occultato sciarpa e cappello per non incappare in qualche bulletto armato di temperino? Cosa c’entrate, chiedo, con questa pseudo cultura sportiva?

Non è solo un problema di soldi caro Beretta.
Pecunia non olet, ma che il rugby prenda spunto accuratamente per evitare queste derive di mentalità e certo opportunismo che di sicuro gonfiano il portafogli a qualcuno, ma non fanno bene alla stragrande maggioranza degli sportivi sinceri.

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