Ad ogni bambino il suo drop

jonny-wilkinson-dropUn attimo. Il sogno si realizza in un istante, un baleno splendente, cortocircuito di emozioni. Desiderato, voluto, immaginato, sperato. Finalmente avuto.
I maestri dei sogni sono i bambini e gli artisti, non i maghi della partita doppia o dei calcoli strutturali. Trattando di rugby trascureremo di disquisire di questi ultimi.

Parliamo invece di bambini e di sogni: Pelè in rovesciata, il colpo di tacco di Bettega a San Siro, Sara Simeoni che vola sopra l’asticella del record mondiale. Ognuno ha i ricordi che l’età gli assegna. Non cambia nulla. Risolvere con un gesto, fare la cosa giusta all’ultimo minuto, l’azione della verità… insomma, il sogno di passare alla storia con un gesto memorabile. Il canestro all’ultimo secondo, il rigore a tempo scaduto, la demi-volée a rete al tie break. Non all’oratorio, ma nella finale della Nba, della Champions League, di Wimbledon.
Oppure, ad esempio, nella finale dei Mondiali di Rugby, come è capitato a Jonny Wilkinson nel 2003 a Sidney nel 20 a 17 con l’Australia.

“Jonny Wilkinson si ritira”
Non è vero. Wilko non si ritira affatto. Ha 32 anni e superati parecchi infortuni è ancora sano abbastanza per continuare a giocare. E lo farà alla Wilkinson: “La mia decisione non cambierà il modo in cui affronto gli allenamenti nè il mio atteggiamento durante le partite; farò del mio meglio per il Tolone, il club per cui gioco”. Questo è Wilkinson e questo Wilkinson c’è ancora. Costruito nella dedizione quasi ossessiva che dal mini rugby lo ha caratterizzato fino all’approdo in Nazionale: dovere fare benissimo e per questo essere volitivo oltre ogni limite nel prepararsi. Forse anche mai sufficientemente contento di sé, Jonny è un esempio di dedizione e tenacia che ai ragazzi che giocano a rugby può insegnare qualcosa.
Questo Wilkinson lo potremo ammirare ancora, esemplare e anche vincente. Anche se non è un campione da copertine e copertine, da clamori mediatici e ostentazioni. Jonny Wilkinson è quanto di più anticalcistico ci sia in questo: bravo e bello eppure così distante dai clamori, così genuinamente riservato. Come mi è sembrato quella volta, in mezzo alla neve, alla fine di un match, eppure pronto a firmare autografi e a farsi immortalare con i bambini che lo assediavano incantati.

Grandi sogni, piccoli sogni
Voglio dire invece di quell’altro Wilkinson, quello che qualche giorno fa ha annunciato di lasciare la maglia dell’Inghilterra, per sempre.
Ovvero di rinunciare al sogno più alto per un giocatore.
“Jonny lo sai, non potrai mai più mettere un altro drop a tempo scaduto per un’altra Coppa del Mondo!”
Di tutto quello che Wilko ha fatto, questo è quello che chi si ricorda di essere stato bambino gli invidia: non la Coppa del Mondo vinta di quattro disputate, non i 91 caps con la maglia del XV della Rosa, 6 con i British Lions, nemmeno i 1.246 punti realizzati. No, quel drop in quella partita, l’apice, la vetta.
Anzi di più: il sogno.
Il drop di Jonny all’Australia fa il paio, nella mia mente, con il rigore di Roberto Baggio a Pasadina, quello nella finalissima Italia - Brasile dei Mondiali di calcio del 1994. Unica differenza, Baggio quel rigore decisivo lo sbagliò.
Due esiti differenti, due emozioni opposte. Ma due momenti “fatali” raggiunti e vissuti. Sono certo che sia Jonny che Roberto hanno sognato mille volte quegli istanti, lavorato duramente per raggiungerli, sapendo che come tutti i sogni, nulla basta per avere la certezza di raggiungerli, alchimia irripetibile di sostanza ed estetica, rischio e coraggio, brivido e determinazione, responsabilità e fortuna.
Se nessun adulto può conquistarsi certamente, né può comprarsi il proprio sogno, ogni bambino ha la magica libertà di sognare il momento di quel “drop” decisivo.
Il drop di Wilkinson è un simbolo, è il circuito improbabile che si chiude, in cui si compie l’abbraccio irripetibile con la magia della propria infanzia.

Due Wilkinson due esempi. Ma forse non volevo parlare di Wilkinson. Ma di sogni. E nemmeno dei sogni di là da venire, remoti e improbabili.
Ma di quelli quotidiani che dovrebbero avere spazio per ciascun bambino al campo, al grande torneo o nel match del sabato o nel concentramento di periferia: bucare la difesa mai oltrepassata, placcare quello alto e grosso mai fermato, marcare la meta mai fatta.
Ogni bambino deve avere "il suo drop magico" da fare. Sempre e subito, perché se la finale del Mondiali non arriverà mai, la gioia di un successo quotidiano invece è a portata di mano e fa la differenza, piccolo o grande che sia.
Lasciamo loro questo spazio anche nell'ultimo degli allenamenti.

(c) riproduzione riservata

Informazioni aggiuntive