Dove sono i bambini. Sport o gioco libero?
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- Creato Lunedì, 28 Novembre 2011 01:40
C’è qualcosa che rende i luoghi in cui ho trascorso la mia infanzia distanti dai miei ricordi. Non dico estranei, perché in effetti i contorni grossomodo sono ancora quelli, contorni urbani, ma distanti sì.
La via è sempre la stessa, chiusa in fondo, i condomìni sono sempre uguali, i cortili gli stessi. Ma ogni volta che ci torno mi rendo conto che manca qualcosa e che quel qualcosa non è il grande campo nel quale abbiamo corso, ci siamo infangati, abbiamo sudato, gioito mille e mille volte, e che da tempo ormai è tagliato dallo stradone sul quale transitano migliaia di auto ogni giorno.
Le facce conosciute sono sempre meno, gli anni passano e le persone si avvicendano, ma ancora non è questo che mi inquieta ad ogni ritorno.
Ci deve essere un buco, da qualche parte nel quartiere, non si vede ma c’è. Un grosso buco nero che ha inghiottito la cosa più bella e viva che c’era nella via, che animava i pomeriggi invernali e le giornate intere d’estate, finita la scuola: i bambini. Non ci son più i bambini, in giro intendo. Davanti a casa, nei cortili. Non c’è traccia.
“Mamma scendo”. E iniziava il gioco, liberamente, con gli amici. Un giro veloce a suonare i campanelli – “Scendi Roberto?” – e poi il gioco iniziava. Avevamo 8, 9 anni… ci organizzavamo tra noi. Dalle cose più semplici a quelle via via più complesse, le gare in biciletta, i “giochi senza frontiere”, le piste con le macchinine o le biglie, le battaglie con le cerbottane… potrei scrivere una Treccani.
Mi pare chiaro che oggi non è più così, temo un po’ ovunque.
Mancano i bambini. C’è il rumore costante delle auto che transitano, ma manca il vociare, mancano gli strilli dei bambini, i loro colori.
Allora dove sono finiti i bambini, dove li tengono?
Fanciullezza uguale gioco?
Una grande differenza nello status dei bambini di ieri rispetto a quelli di oggi sta nella possibilità che questi ultimi hanno di accedere a situazioni di gioco organizzato dagli adulti.
La pratica sportiva inquadrata nel contesto di un club ne è l’esempio: non conosco bambini in età evolutiva che non siano iscritti ad una associazione sportiva. Già dai 5 anni, nel mini rugby, i bambini possono prendere parte alla attività sportiva inquadrati in un team. Quando avevo la loro età non ricordo che fosse possibile in alcun sport.
Questo coinvolgimento dovrebbe essere un bene: lo sport dei bambini è un gioco e il gioco ha una funzione educativa. Potrebbe significare che oggi la disponibilità e l’attenzione dei genitori verso le esigenze di crescita dei propri figli sono cresciute.
Eppure, l’impressione è che il gioco sia nel tempo quasi scomparso dalla giornata dei bambini o che abbia mutato considerevolmente le proprie modalità.
“Quando finisce il gioco inizia il lavoro”. E’ così, mentre l’età adulta è segnata dal lavoro, l’infanzia è (dovrebbe essere) segnata dal gioco. Il gioco è il modus vivendi naturale del bambino: non è un semplice momento di ricreazione, di pausa e riposo dopo una attività. E’ esso stesso un’attività, divertente, che contribuisce alla costruzione della soggettività. Il bambino gioca perché giocando prova benessere. E col gioco il bambino esplora la realtà, la conosce, la comprende, la governa (oltretutto osservandolo mentre è impegnato nel gioco libero, probabilmente riusciamo a cogliere più pienamente la natura del bambino).
Il gioco tocca tutte le esigenze evolutive del bambino, quelle psicofisiche come quelle emotive, espressive, sociali, cognitive.
Con il gioco i bambini sviluppano via via le proprie capacità motorie; col gioco i bambini ci mostrano la propria interiorità; col gioco i bambini esprimono anche la propria creatività, quella forza che dà loro l’iniziativa, che li porta a partecipare attivamente. Non è cosa da poco: si tratta della capacità costruttiva, la spinta a modificare quanto hanno intorno imparando a concentrarsi, a impegnarsi, a finalizzare e concludere, competenze necessarie, indispensabili nella vita, e base per la costruzione della autostima.
E quando giocano assieme, calandosi ciascuno nella propria parte, entrano in relazione, imparano a capire compiti, regole, ruoli… la dimensione relazionale si sviluppa in maniera importante col gioco che ha, quindi, una funzione sociale.
Il bambino gioca spontaneamente e liberamente sin dalle prime fasi della sua vita. Il gioco continua in tutta l’età evolutiva trasformandosi.
I bambini che approcciano il mini rugby nelle categorie Under 6 e Under 8 hanno un’età nella quale la maturazione fisiologica e psichica può consentire loro di partecipare ad attività ludiche regolate. Infatti a questa età in genere i bambini riescono a seguire, capire e fare propri i compiti assegnati, le regole, e a partecipare attivamente a quanto proposto dagli adulti o dai compagni di gioco. Allora l’attività sportiva può essere davvero preziosa, in quanto ludica, perché può aiutare i bambini a sperimentare ed apprendere la collaborazione, mettendosi nei panni dell’altro, sviluppando la capacità di attendere e di governare la frustrazione, proprio per superare il naturale egocentrismo e farlo evolvere in capacità sociali via via più strutturate.
Il gioco senso-motorio implica attività fisica che produce la scoperta della propria fisicità, limiti compresi. Se è un gioco di gruppo (il mini rugby lo è) si sviluppano la relazione, il senso di appartenenza sociale, il confronto con altri gruppi che si ha con la competizione. Perché tutto funzioni servono regole.
Il gioco regolato - che ha sue norme interne specifiche - insegna a governare il proprio comportamento.
Insomma, il gioco come “leva educativa” è davvero potente: per parteciparvi pienamente e con soddisfazione il bambino deve maturare sotto il profilo psicologico, cognitivo, affettivo, relazionale.
Ritrovare il gioco libero.
Il gioco regolato però non toglie che la spontaneità del gioco libero vada preservata.
Perché questo sia possibile cosa serve? Spazio, tempo, comprensione degli adulti.
Spazio, in casa e fuori, e spazio a misura di bambino. Senza spazi il gioco libero è inibito.
Tempo. Le attività formative scolastiche ed extrascolastiche, sono essenziali, interessanti ma fagocitatrici di tempo. A queste aggiungiamo la “vita da monitor” a cui i bambini sono abbandonati (tv, consolle, pc, smartphone…) e che ingessa, stoppa il bambino, le sue energie psicomotorie, la sua creatività. E gli ruba il tempo.
La comprensione dei genitori. Gioco libero e gioco eterodiretto non sono la stessa cosa. Il gioco eterodiretto è “imposto/guidato o regolato” dagli adulti, questo avviene in attività di gioco come quella sportiva, ma anche nelle attività di gioco con giocattoli pensati e fatti da adulti e che annullano ogni spazio per la creatività del bambino (il bambino saprebbe giocare con “poco o nulla”).
Per non parlare poi delle attività che corrispondono ad interessi degli adulti (il figlio che studia chitarra e gioca a tennis per… desiderio del padre, per fare un esempio).
Il nostro impegno quale dovrebbe essere quindi?
Cercare spazi e prima ancora crearli: gli adulti si dimenticano velocemente di essere stati bambini e progettano luoghi che non prevedono spazi adeguati per il gioco libero dei piccoli: un campo, un cortile, una stanza. E’ ancora blando l’impegno sociale e politico degli adulti per la realizzazione di spazi e di infrastrutture rispondenti alle richieste ludiche dei bambini.
Riservare il tempo per il gioco autentico, libero, anche in compagnia.
Non “imporre” attività e - in particolare - la pratica sportiva che corrisponde ad un nostro malcelato desiderio, più che a quello del bambino.
Perché questa riflessione proprio qui?
Ci capita ogni tanto di parlare di sport e di educazione. Chissà a quanti interessa davvero. Però se ne parliamo, pur senza pretese, l’argomento facilmente si apre a considerazioni nemmeno troppo “laterali”.
Il tema dell’educazione dei bambini non può prescindere dal tema del gioco. Il gioco libero, quasi estintosi, pare non essere più nelle attenzioni dei genitori. Iscriviamo i nostri figli ad ogni genere di corso, piscina, danza, lingue, musica… senza riflettere abbastanza sulla dimensione liberamente ludica che serve alla attività quotidiana del bambino.
Spaventati forse dal malinteso senso di “vuoto” che attribuiamo ai momenti “liberi” dei nostri figli, siamo noi adulti vittime della cultura della efficienza, che fraintende fino al punto di considerare il gioco libero come una pura inconcludenza?
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