"Non sei buono!" Quando lo sport esclude.

le-cipollineRestiamo nel calcio. Dai fasti della carriera di Ibrahimovic, appena celebrata da una discussa biografia (leggi: "Io, Ibra". Io no), ai campetti del calcio giovanile, anzi, delle scuole calcio.
Scuole, con l’ambizione, almeno teorica, di insegnare il calcio e (forse) qualcosa di più. Scuole in cui la partecipazione di tutti e il divertimento di altrettanti sono (dovrebbero essere) un must.
Però, udite udite, non è così.
C’è una storia che ha fatto un po’ di clamore e che un amico rugger ci segnala.
I fatti accadono a Livorno.
Alberto è il papà di un bambino di 12 anni, 50 o forse più chili di peso per 1 metro e 57 centimetri di altezza, parte di una squadra cha partecipa al torneo Esordienti A 1999 fair play, categoria di passaggio dalla scuola calcio al settore giovanile, nella quale i bambini per la prima volta praticano il calcio a 11, giocando però, così almeno dovrebbe essere, per divertimento.
A grandi linee corrisponde alla categoria Under 14 del rugby.

Alberto prende carta e penna e scrive a Il Tirreno. Si firma ‘un genitore di un ex giocatore del campionato’ perché il figlio... non lo fanno giocare.

Non è "buono".
“Il campionato è arrivato alla sua 6ª giornata, delle 5 precedenti mio figlio non mai è stato convocato. Non è mai mancato a un allenamento, si impegna, si divertiva anche… Anche se non ho mai parlato con l'allenatore di cose riguardanti convocazioni o giudizi sulle partite (ero un bravo genitore), questa volta ho dovuto farlo perché mio figlio tornava dagli allenamenti piangendo. Educatamente e alla presenza di un dirigente ho chiesto motivazione del motivo perché nonostante la squadra vantasse 18 giocatori ne venivano convocati non più di 16-17 con una sola costante in negativo, mio figlio! Mai una convocazione!”

"Suo figlio ha qualche chilo in sovrappeso" dice l’allenatore. OK, sta crescendo risponde il padre... "ma non pensa che non essere mai convocato gli possa far passare la voglia di amare il calcio più che stimolarlo?"
Risposta dell'allenatore: "Forse, ma ci sono tanti sport e per il calcio per me non è adatto".
Non è adatto. Non è “buono” come direbbero altri. Ovvero: non importano le motivazioni del ragazzo, per noi a 12 anni va avanti solo chi è adatto. Domanda: a cosa?
Rimandiamo la risposta a dopo. Facciamo un passaggio essenziale per capire meglio e porci qualche domanda in più. Andiamo a vedere la replica del club e dell’allenatore che – sebbene la lettera non li citasse esplicitamente, sono usciti correttamente allo scoperto.
L’allenatore specifica che il bambino è in sovrappeso e non pronto né tatticamente né tecnicamente per giocare a 11 e che dovrebbe curare l'alimentazione, un consiglio utile “soprattutto per la sua salute”.
“Il bambino non è assolutamente escluso dalla rosa, avrà il suo spazio durante la stagione. E' vero che nel torneo non ha giocato neanche un minuto, ma ha disputato 2 partite su 3 nel precampionato, oltre ad aver partecipato ad un'amichevole. Il ragazzo in allenamento si impegna, si diverte e non ha problemi all'interno del gruppo. Non capisco come si possa polemizzare dopo sole 4 giornate di campionato, quando la stagione finisce a giugno. Ora non è all'altezza della situazione, ma non escludo progressi in futuro”.

I responsabili della scuola calcio aggiungono: “A fine anno ogni allenatore compila una scheda di valutazione di tutti i suoi giocatori. E quella del bambino in questione presentava le problematiche appena descritte dall’allenatore. Così, quando in estate il genitore è andato in segreteria per tesserare il figlio, gli abbiamo spiegato che il ragazzo non rientrava nei piani del tecnico. Ma lui ha accettato lo stesso”.
“So che non è bello, ma il campionato Esordienti A 1999 ha una classifica, che dipende sia dai risultati in campo che dal fair play. Non siamo più nella scuola calcio, bensì nel settore giovanile: i ragazzi si confrontano per la prima volta a 11 e con un arbitro vero. L'agonismo implica la selezione. E così le società sono costrette a fare delle scelte difficili ma inevitabili”.

Il ragazzo non è all’altezza, ma soprattutto, non rientra nei piani del tecnico. Scelta difficile da fare ma… da fare, dopo tutto ragazzi, stiamo parlando del campionato Esordienti A 1999, con tanto di classifica! Mica vorrai arrivare ultimo no?! Finisci sul giornale! Tua moglie ti lascia! Al bar gli altri tecnici di pigliano per i fondelli!

Scelte dolorose o scelte rispettose.
Giriamo la frittata. E’ bruciacchiata in più parti.
“L'agonismo implica la selezione. E così le società sono costrette a fare delle scelte difficili ma inevitabili”.
Il bambino ha 12 anni e già non è all’altezza, al punto da essere tagliato. Ci sono altri sport, al calcio non serve. Ma all’altezza per cosa?
Per stare in campo a vincere le partite. A vincere magari anche il campionato.
Allora mi domando: quale è l'obiettivo del club? Vincere il campionato esordienti? Allora deve assolutamente selezionare i migliori. E una volta vinto il campionato? Ce ne vantiamo al bar? Ci troviamo in sede ad adorare la coppa? Andiamo sul giornale a gonfiare il petto come un Moratti o un Agnelli delle serie minori?
Oppure che l’obiettivo non sia trovare talenti da valorizzare, da vendere prima o poi per capitalizzare?

Che idea hanno gli adulti dello sport dei bambini (perché stiamo parlando, ricordiamolo, di un dodicenne)?
La Figc locale, in una nota, specifica che il comportamento denunciato da Alberto non è in linea con la sua filosofia. La Federazione Italiana Gioco Calcio non è interessata alla carriera del singolo, bensì alla formazione di tutti i bambini. Il torneo in esame (Esordienti A 1999), incentiva la correttezza in campo e l’utilizzo di tutta la rosa: il regolamento, infatti, premia quelle squadre che impiegano il maggior numero di baby calciatori e non quelle che ottengono più vittorie.
Il club ha una classifica da considerare e siccome di bambini che giocano a calcio ce n’è, si può tagliare. Immaginiamo che sulla piazza ci sia anche una certa competizione tra club (a Livorno, come in altre città, i club calcistici, le scuole calcio, sono diverse, non è come nel “rarefatto” mondo dell’ovale dove sei un miracolato se esiste un club nel tuo paese).
Intanto i media riportano “lo scandalo” ( …poi fanno votare ai lettori la promessa del calcio infantile... vedi Vota la promessa – Il Tirreno)

Detto della Federazione, detto dei club, tocca ai genitori, ai quali chiediamo: perché vostro figlio fa sport?

Riporto tre commenti tra i tanti riportati in calce all’articolo de Il Tirreno.

“I ragazzi giocando debbono imparare l'educazione, il rispetto, la condivisione... poi se sono bravi possono fare qualcosa in più. Ma non è certamente questo lo scopo primario nel formare un giovane calciatore. Nelle nostre società si deve insegnare prima di tutto a diventare uomini!”
Ambizioso.

“Io sono un genitore che non ama il calcio, mio figlio è il contrario di me, ha 12 anni e da quasi 8 fa il portiere in una squadra di calcio, tifoso romanista. Io penso che ogni sport è sacrificio, mio figlio prima di ogni partita sta attento all’alimentazione, io in questi anni ho incontrato molti genitori che vogliono il figlio campione perché' è un loro sogno. Ho incontrato di tutto, allenatori poco corretti,  molto corretti, di tutto e di più. Sono convinto che con un po' di sacrificio da parte sua e di suo figlio riuscite a mettere tutto a posto, purtroppo il divertimento è finito, i nostri figli devono dare ...altrimenti fuori!”.
Il divertimento è finito a 12 anni?! Giorni fa il coach di un team di Eccellenza spiegava che per uscire dall’empasse i suoi giocatori dovevano ritrovare la capacità anche di divertirsi.

“… il mondo dello sport è un po’ tutto così soprattutto a 12 anni; l'allenatore forse non sarà un grande educatore, ma spesso è la società alla fine dell'anno - quando i risultati non arrivano - a criticare le scelte... succede nel calcio ma anche nel basket, nella pallavolo… e anche nello sport individuale dove va avanti solo chi raggiunge risultati... succede addirittura anche nella danza dove gare non ce ne sono ma in prima fila ai saggi va sempre la più brava e quella impacciatina sta in fondo e viene seguita meno. E' giusto? Non lo so ma per come è impostato lo sport in Italia è così, le società sono interessate ai risultati... quindi non sparerei sull'allenatore, ma sul sistema tutto!”
Servono troppe munizioni.

Non credo che il problema sia il peso, l’alimentazione, che pure non è un aspetto irrilevante nello sviluppo di un ragazzo.
E’ un problema di cultura sportiva. E di obiettivi: i club li devono dichiarare esplicitamente. I genitori devono scegliere.

Cambiare, optare per un club che ha obiettivi diversi, nemmeno insistere a tutti i costi ha senso per i nostri figli, a volte sono i genitori che "non vedono".
Mi viene facile invitare Alberto a contattare i club di rugby del capoluogo labronico per proporre una nuova esperienza a suo figlio.
Il rugby, ci diciamo, mette al centro partecipazione (tutti sono utili, tutti giocano), divertimento, rispetto. Speriamo sia sempre e ovunque così.
Basta la speranza?
Il vostro club che fa? Che idea ha dello sport? Quali obiettivi persegue concretamente?


PS: volentieri faccio un po' di pubblicità gratuita. Un consiglio: la collana "Gol", il cui autore è il giornalista Luigi Garlando, offre molti spunti di riflessione per genitori e figli. Provate a leggere con i vostri figli le storie della squadra protagonista del libro, le Cipolline, c'è da imparare e da divertirsi assieme.
Potete farvi un'idea leggendo la nostra intervista a Luigi Garlando di qualche tempo fa.

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