Sogni, speranze, vittorie
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- Creato Sabato, 22 Ottobre 2011 19:16
Sognare non costa nulla
Domani la Francia va nella tana degli All Blacks per tentare un’impresa doppia: vincere un mondiale mai vinto e vincerlo dopo avere stentato per tutto il torneo, perdendo anche due partite. Solo gli All Blacks possono, come hanno già fatto in passato, perdere una partita come quella di domani all'Eden Park di Auckland. Per i francesi, sognare non costa nulla.
Questo accade nel paradiso del rugby ma nel purgatorio la regola è la stessa. Nemmeno per Sergio Parisse e compagni sognare costava nulla; noi stessi abbiamo sognato con loro perché facessero l’impresa di portare la maglia azzurra oltre il mai sormontato ostacolo delle pool di qualificazione. E’ rimasto un sogno.
Se non costa nulla nel professionismo, dove si paga tutto, figurarsi se costa una briciola nel mini rugby. Mentre pensano a divertirsi, i bambini fanno i loro sogni, si proiettano dentro la maglia azzurra di Sergio Parisse o più arditamente in quella nera di Richie McCaw. Sognano di battere l'Inghilterra a Twickenham con un drop all'80° o di superare Carter e Wilkinson nella classifica dei marcatori.
Conosco una squadra di ragazzini che giocano assieme da quando hanno 7 anni, una di quelle che non hanno vinto quasi mai i tornei (come la maggior parte), di quelle di ragazzini “accuratamente non selezionati” dagli allenatori. Hanno sognato di vincere tante volte, per qualche minuto, ma a divertirsi ci hanno pensato quasi sempre.
Oggi non mollano, sono alla soglia del rugby vero, sognano un po’ meno perché sul campo grande quelli lunghi e veloci, che sembrano coetanei del coach più che loro, gli passano via come saette e la mettono in meta troppo facilmente. Tornare a centro campo per droppare la palla 10 volte in una partita alla fine è anche noioso…
Mentre fa la borsa uno di loro dice: “Oggi speriamo di prendere meno di 50 punti”. Ha detto 50 ma pensava a 100, non l’ha detto perché si stava facendo coraggio.
La speranza è l’ultima a morire
Anche gli adulti sognano. I genitori più degli altri. Pare che sia anche naturale.
E poi, come si diceva, non costa nulla. Sognano fino all’inganno alcuni, cioè ben oltre la soglia del verosimile. Sognano di vedere il proprio figliolo con quella maglia gloriosa, quella che il papà non ha indossato (“Sì ma avevo un ginocchio che proprio…”). Sognano di vedere uscire dal quel gruppo mai vincente una eccezione che confermi la regola: basta che l’eccezione abbia il nome e il cognome del proprio figliolo.
Sogno ma anche speranza: “Siamo all’inizio della stagione, vedrai che poi migliorano, oggi mancava l’ala giusta, adesso l’allenatore gli sistema il passaggio…” et cetera… La speranza, si dice...
Gli altri vincono perché hanno gente che ha le gambe lunghe, il passo veloce, capacità atletiche superiori, qualche kilo superfluo in meno: non ti danno scampo.
I ragazzi danno il massimo? Cosa chiedere di più?
Campioni di domani, bambini di ieri
Sogno e speranza danno la carica. Va bene. Ma se manca una riflessione di fondo rischiano di essere le fondamenta della fabbrica delle illusioni.
Essere realisti invece è pragmatico. Ed essere pragmatici significa porsi questa banalissima domanda: “A quale scopo mio figlio fa sport?”
Senza rispondere a questa domanda i genitori restano disorientati o peggio mal focalizzati.
Diversamente dallo sport professionistico che è un lavoro in cui l’elemento divertimento può non esserci, lo sport per i bambini è essenzialmente gioco (leggi: Lo sport per i bambini).
Quando i bambini vengono selezionati e spinti a vincere, riescono ancora a giocare, a provare pieno divertimento? Per loro lo sport resta essenzialmente un gioco?
Primeggiare nella società contemporanea è necessario, naturale? E’ una idea molto diffusa.
Se così è ogni azione tenderà a realizzare questo obiettivo, anche nella attività sportiva dei più piccoli. Genitori che criticano l’allenatore che ha messo in panchina il figlio, allenatori che dimenticano in panchina i meno preparati e dotati. Cattivi maestri dai quali i bambini ricaveranno una percezione semplice dello sport: “Mi alleno e gareggio per primeggiare”. Una selezione darwiniana, come se fosse la vita ad imporlo, sopravvive il più forte.
E’ proprio così? Lo sport dei bambini è una pratica ispirata alla selezione per la ricerca dei più bravi?
Dipende. Ogni club ha il compito di darsi una missione e ogni genitore di fare una scelta. La scelta ha bisogno di una riflessione, altrimenti se si affida al sogno e all’orgoglio, o magari alle proprie insoddisfazioni, diventa una scelta lontana dalle reali esigenze dei bambini, che vogliono sostanzialmente divertirsi con i loro coetanei. Quello che si rotola in campo è un bambino oggi, chissà mai se un campione domani, ma oggi è un bambino e come tale va considerato. Per allenare questo pensiero possiamo fare di più: quando guardiamo Parisse & C. allo stadio, ricordiamoci che sono i bambini di ieri, si saranno divertititi? Io spero di sì.
All’estremo opposto della “sport selettivo” c’è lo “sport ludico”, in cui il fine della attività sportiva non è quello di superare l’avversario ma misurarsi con l’avversario attraverso il gioco. Chi è tanto bravo un domani diverrà un professionista, ma non sta praticando lo sport per quel fine.
Non tutti, nemmeno quando avranno superato l’età dell’infanzia, fanno sport per diventare campioni. Inoltre, la prospettiva di svolgere a lungo una attività sportiva perché è divertente, aggregante e dà benessere, può essere già un ambiziosissimo traguardo.
Proprio il rugby – sport orgogliosamente amatoriale – ogni fine settimana ci dà esempi di quanto sia appagante vivere nel proprio sport a prescindere dal livello al quale è praticato: mi suggeriscono questa riflessione i giocatori che praticano il rugby nella categoria Old, i tanti allenatori di lungo corso che allenano instancabilmente i bambini da tanti anni, e a settembre sono sempre i primi a ripartire. Anche la prospettiva di giocare a livello amatoriale o semi professionistico e avviarsi alla carriera di educatore o allenatore è una prospettiva interessante che dovrebbe interessare i rugbisti.
L'attività sportiva centrata sulla sua dimensione ludica dovrebbe mirare a realizzare le potenzialità di ogni piccolo atleta, sotto ogni profilo, per essere adulti più sicuri e non necessariamente i campioni del mondo. E stare bene con se stessi, con il proprio corpo.
Un altro buon motivo per portare i figli a fare sport per farli muovere e divertire deriva da una semplice constatazione: i bambini di oggi non hanno più tempi e luoghi per il gioco libero, quello che noi facevamo quotidianamente in cortile, nei campi, in strada. Una mancanza che ha ridotto lo sviluppo naturale delle capacità motorie ma anche le possibilità di stare insieme ad altri bambini, confrontarsi, divertirsi.
Vittorie
In ultimo, un pensiero sui modelli che lo sport e la società propongono. Siamo sicuri che sarà davvero bello vedere i nostri figli prendere il posto di certi insulsi ragazzotti divenuti miliardari?
Siamo sicuri che piuttosto che proporre loro di scimmiottare gli insulsi modelli e il relativo immaginario patinato che tv e giornali esaltano, non sia meglio e più amorevole – anche se più impegnativo - usare lo sport per trasferire valori e insegnare loro ad essere liberi, consapevoli delle proprie capacità, forti delle proprie scelte e non sacrificati per spalmarsi su modelli fasulli?
Quando guardo mio figlio giocare a rugby non mi chiedo mai se sarà un campione, ma quanto la lotta, se il rispetto, il sostegno che sta apprendendo nel gioco gli serviranno nella vita. E mi auguro che sia così innamorato del rugby da non lasciarlo mai, qualsiasi livello raggiunga. Questo è un sogno. Speriamo una vittoria.
PS: nella foto due bambini, di ieri e di oggi: divertitevi!
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