Fighting spirit! L'aggressività nello sport serve?

sam-warburton-vs-vincent-clercC’è una frase attribuita a Marco Bollesan (ex Terza linea centro già due volte campione d'Italia con Partenope Napoli e Rugby Brescia, e più volte nazionale) che nel mondo della palla ovale è nota e – credo – anche ampiamente condivisa:

Il rugby è aggressività, è guerra. Ma dopo viene la pace più bella del mondo”.

In questa frase si dice molto del rugby. Si dice dello spirito battagliero che non deve mancare, e della voglia di condividere, tutti assieme compagni e avversari, l’amore per questo sport. Tra le righe s’intravede anche l’ombra della parola 'rispetto', che lega gli attori di quella battaglia in campo e fuori dal campo.
Ricordo di avere sentito qualche allenatore incitare prima del match i propri ragazzi ricordando loro che quella che si apprestavano a fare era una guerra. Un modo, proprio o improprio, di invitarli a tirare fuori una qualità che nel rugby è ritenuta essenziale: l’aggressività.
Non per giocare sulle parole, ma forse sul termine c’è un misunderstanding. Considerato che una delle principali barriere che un genitore deve superare è l’idea che il rugby sia uno sport violento e pericoloso (mandereste volentieri i vostri figli… in guerra?), tagliato per spiriti guerrieri e bambini aggressivi, proviamo a fare chiarezza.

Cos’è l’aggressività.
Quale è il rito che nell’immaginario collettivo simboleggia il rugby nel modo più emozionante e spettacolare?
La Haka dei Maori.  Haka deriva da “ha” (soffio) e “ka” (incendiare), significa quindi “accendere il respiro”.
A cosa serve? Ad intimorire, a palesare in modo chiaro e impressionante l’aggressività della squadra degli All Blacks.

Il termine “aggressività” evoca la caratteristica di un comportamento negativo, per lo più violento. Ma l’aggressività nel senso stretto del termine con la violenza non ha nulla a che fare.
L’etimologia latina del termine ('ad': verso, contro, allo scopo di; e 'gradior': vado, procedo, avanzo) indica un movimento in avanti verso qualcuno: tale movimento non necessariamente racchiude l'intenzione di fare del male. Nel suo significato originario “aggressività” non ha un valore distruttivo, ma assertivo. Aggressione ha un significato patologico quando oltrepassa un limite. Violenza ed aggressività quindi non sono sinonimi.
L'aggressività nel bambino si esprime in modi ed intensità diverse in vari momenti della giornata: tensioni oppositive il bambino le può manifestare in famiglia, a scuola, nelle competizioni sportive, e può riscontrale si da piccolo osservando gli altri così come leggendo fiabe o guardando cartoons in televisione. L’aggressività è un aspetto ineludibile dell’esistenza umana.
Non ci spingiamo oltre perché l'aggressività è un argomento trattato dalle diverse scienze sociali (antropologia, psicologia, sociologia) e le teorie, dai Freud a Fromm a Lorenz, sono molte e dibattute: chi la considera causata prevalentemente da fattori innati, chi da fattori acquisiti, ambientali.

Aggressività nello sport e nel rugby.
Essenzialmente l’aggressività è una manifestazione fondamentale della muscolatura e del movimento, come spiega in ‘Bioenergetica’ lo psicanalista americano Alexander Lowen:
“L’aggressività risulta dal flusso di eccitazione che percorre il sistema muscolare, specialmente i grossi muscoli della schiena, delle gambe e delle braccia. Questi muscoli servono a stare in piedi e a muoversi. Il significato originario della parola aggressione è ‘muoversi verso’, azione che dipende dal funzionamento di questi muscoli”.

E’ naturale quindi che ogni bambino possieda, nel bouquet delle sue qualità, anche la caratteristica di aggressività. Quanta aggressività?
Se è troppo elevata i comportamenti saranno distruttivi, viceversa se è troppo scarsa avremo atteggiamenti depressivi.

“Il bambino compete e vuole vincere per natura (sono parole di Vincenzo Prunelli, medico neuropsichiatra, psicologo dello sport, psicanalista) ma per lui la gara significa giocare e misurarsi, mentre la vittoria o la sconfitta sono solo momenti che non influiscono sui suoi comportamenti”.  L’aggressività può essere positiva: “Ognuno, e specie un bambino, vuole superare situazioni di disagio e d’inadeguatezza nei confronti di chi vive una condizione superiore. E allora, l’impulso a ottenere una supremazia, o anche solo l’affermazione delle proprie qualità, diventa la spinta dell’evoluzione e di una crescita armonica e costruttiva”.

Sulla modulazione della aggressività si può lavorare. Scrive il dottor Marcantognini - Psicologo dello Sport che ha collaborato con la FIR e l’Ufficio Scolastico Regionale per le Marche -:
“L’aggressività può essere allenata, come anche la consapevolezza delle proprie quantità di energie direzionate appunto ad andare avanti, elementi fondamentali per migliorare le qualità rugbistiche dell’allievo. La conoscenza, la modulazione e quindi l’allenamento dell’aggressività avvengono mediante uno strumento primario e indispensabile che è il contatto. Il gioco del rugby prevede la possibilità di allenare l’aggressività in quanto il contatto è una condizione necessaria al gioco, ma il contatto che avviene nei momenti di gioco non è l’unica forma possibile. Il contatto ha tante sfumature, esiste il contatto con se stessi, con le proprie sensazioni ed emozioni, con il terreno, e poi il contatto con gli altri. Il contatto con gli altri può essere di tanti tipi: oculare, verbale, non verbale e finalmente fisico. Ma il contatto fisico non è solo quello massivo del gioco vero e proprio, ma può essere modulato su tanti livelli. Fare allenamento del contatto, significa fare allenamento dell’aggressività e tutto questo significa fare crescere la persona e di conseguenza il giocatore. Solo quando l’allievo sarà pienamente consapevole delle proprie abilità e capacità di contatto, e delle diverse stratificazioni del contatto, allora sarà anche in grado di percepire i propri livelli di energia disponibili per un adeguato livello di aggressività. Questo livello adeguato di aggressività non è unico e uguale e per tutti. Ci saranno allievi che dovranno lavorare per contenere le proprie energie aggressive, altri che dovranno sforzarsi per costruire tali energie e tirarle fuori”.

In sintesi possiamo dire che attraverso il rugby i bambini possono utilizzare la propria aggressività imparando a controllarla, a modularla. Possono in sostanza essere combattivi senza essere “meramente aggressivi”: cioè possono imparare ad applicare la fisicità, la forza, mettendole al servizio della disciplina di squadra e non dell’aggressività e della violenza. Un apprendimento utile anche fuori dal campo di gioco.

Nel libro 'L'arte del rugby" del giornalista neozelandese Spiro Zavos, c'è un bel passaggio in cui Pierre Berbizier (ex Ct della Nazionale Italiana) spiega bene cosa segna il confine tra la aggressività insensata e il necessario "fighting spirit" del vero rugbista:
“Chi non conosce questo sport può essere indotto a confondere la combattività con l'aggressività e dunque a concludere che il rugby è violento. E non è una confusione propria dei soli neofiti. È una differenza che spesso va resa chiara anche a chi il rugby lo gioca da un po'. Il confine tra la combattività e l'aggressività è l'intelligenza. Un giocatore intelligente è combattivo, determinato, ma mai aggressivo. Chi è aggressivo non è lucido. E chi non è lucido diventa violento. Non rispetta le leggi del combattimento. Compie gesti inutili, pronuncia parole altrettanto inutili. Non rispetta l'avversario e dunque non rispetta se stesso. Non rispettando se stesso, danneggia i suoi compagni. Se sei un giocatore combattivo, se in campo hai dato tutto quel che avevi, sai che saper perdere è un altro modo di vincere una partita, perché vuol dire riconoscere che chi hai avuto di fronte è stato migliore di te. È riuscito in ciò in cui tu hai fallito. Se sei un aggressivo, un violento, faticherai a vincere e non saprai mai perdere. Non sarai mai un giocatore di rugby”.

Le competenze non sono optional
Ecco perché il rugby può essere più di uno sport. Dico “può essere” e non “è” perché è vero che il rugby ha dimostrato di sapere meglio di altri amalgamare la finalizzazione positiva della aggressività  con la formazione alla socialità;  è vero che il rugby è uno stile di vita e non solo una disciplina sportiva; ma è ancora più vero che senza persone sensibili ma anche preparate, il rugby non raggiunge i fini educativi che dichiara di prefiggersi.
Infatti, per gestire nei bambini ad esempio l’aspetto di cui parliamo, l’aggressività, con competenza e prontezza, servono preparazione e supporto di competenze.
Ovvero, ci vuole la consapevolezza che bisogna offrire agli allenatori la formazione che serve perchè divengano davvero educatori; e può essere utile usufruire del contributo di uno psicologo che sappia monitorare le dinamiche delle relazioni tra tutti i soggetti coinvolti nella vita del club, i bambini anzitutto, ma anche i genitori.

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