Non solo classifiche
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- Creato Martedì, 04 Ottobre 2011 23:56
Un’amica scrive su un social network la sua delusione nel leggere sulla stampa gli articoli delle partite del mini rugby. Quando si vince è perché si esprime un gioco formidabile, ma poi si perde perché prevale la stanchezza; e non ci si ricorda delle prestazioni dalla terza posizione in giù: “Facciamo fare gli articoli ai bimbi… lasciamoli giocare e aboliamo le classifiche, alla fine medaglia per tutti… da proporre alla FIR!”.
Non c’è bisogno di scrivere alla Federazione perché la Federazione, per tramite dei Comitati regionali, organizza i calendari dei Concentramenti, che non richiederebbero classifiche.
Le classifiche invece esistono nel 99% dei tornei, che sono organizzati, in numero sempre crescente ogni anno, dai singoli club.
Colpa dei club? Prima di provare a immaginare un torneo senza classifiche di merito proviamo a porci qualche domanda e a fare qualche considerazione. Perché i club organizzano i tornei? Per una questione di rappresentatività e visibilità, per celebrare il proprio lavoro con un momento di festa, per raccogliere denaro. Presumo anche perché sta loro a cuore fare divertire i bambini, perché per gli adulti stare a vedere i propri figli che si divertono è bello, perché il lungo terzo tempo dei tornei piace agli adulti.
Bene, agli adulti, che hanno una visione dello sport diversa da quella dei bambini (leggi Sport e bambini), piacciono anche le classifiche. Soprattutto piacciono a quelli che vincono, o pensano di potervi riuscire. A quelli che lo sognano come momento catartico e di innalzamento egocentrico (si innalzano talmente tanto che l’ozono è ridotto a un colabrodo). Ne abbiamo davvero per tutti i gusti. Piacciono tanto anche ai molti per i quali i figli sono una proiezione di sé e una sorta di braccio armato delle proprie ambizioni, magari frustrate in passato; e a quegli altri per i quali si gioca assolutamente e primariamente per vincere. Naturalmente né gli uni né gli altri vi diranno mai queste cose, anzi taluni li troverete a mescolarsi con quelli che parlano di partecipazione e divertimento: li riconoscete, sono quelli che stanno un po’ in disparte e guardano altrove mentre parlate.
Per cosa si gioca? Quindi non si gioca per vincere e le classifiche non si debbono fare? Non la penso così.
In campo si scende col massimo impegno, per superare l’avversario giocando con correttezza e divertendosi. E’ anche un modo di riaspettarlo e come sapete nel rugby chi vince onora l’avversario lottando fine alla fine, chi è sotto di 10 mete a zero dà l’anima per non subire l’undicesima.
Quindi, il nostro impegno quale sarà? Non “vincere” ma “giocare per vincere”.
Se ci pensate sono due cose diverse: quando per vincere abbiamo dato tutto, con la partecipazione di tutti, nella correttezza e divertendoci, abbiamo fatto il massimo. Indipendentemente dal risultato. Se invece dobbiamo “portare a casa il risultato”, allora l’obiettivo è diverso. Ecco allora che schieriamo la squadra più forte per tutto il torneo e ci “dimentichiamo” in panchina qualche bambino: “Succede, che svista, non l’abbiamo fatto apposta, sapete com’è, la tensione… e mica potevamo fare entrare Pino sul 2 – 2 col rischio di perdere?! E non è vero che prepariamo la squadra per tutto l’anno in funzione di questo obiettivo, diciamo che… entriamo nel clima partita da settembre. E quando facciamo i gironi del torneo giuro che i sorteggi li facciamo bendati!”. Naturalmente per cogliere questa differenza (“giocare per vincere” e “vincere”) bisogna… volerlo innanzitutto.
Le classifiche stanno nella testa degli adulti. Fin qui gli adulti. E i bambini? Ai bambini piace alzare la coppa, è un momento di gioia. Perché levarglielo? Le classifiche chi le legge? Di norma non i bambini. In quanti tornei avete visto i bambini ammassarsi a leggere i tabelloni con le classifiche? Gli adulti invece non mancano mai, anzi.
Il problema sta in chi le classifiche le legge, in chi fa distinguo, dà un valore al 3° piuttosto che al 20° posto assumendolo come un parametro determinante per valutare la performance dei suoi ragazzi, a chi ha bisogno di credere che la sua squadra è più forte di quella dell’altro poco amato club, o è la più forte d’Italia, d’Europa, del mondo e dell’universo; a chi recrimina, a chi assiste alle gare come fosse sempre la disfida finale. A chi insomma non sa prenderla con la leggerezza che invece richiede il contesto: lo sport dei bambini.
Siamo tutti umanamente un po’ tifosi, non è un male. Sono gli eccessi che stridono. Allora dico: le classifiche sono una sfida di civiltà sportiva, una cartina di tornasole per dividere gli sportivi dai meri (inutili) tifosi ed esaltati. Che ogni club sia libero di scegliere: non fare classifiche, premiare tutti con la stessa coppa, oppure fare le classifiche e differenziare i premi. Non sta qui tanto il problema. E nemmeno nel pubblicare le classifiche.
Il problema sta nella cultura con la quale approcciamo lo sport dei bambini. Ed è meglio insistere su questo tasto, confrontandosi, piuttosto che vietare od oscurare innocue graduatorie.
Quando finisce un torneo. Quando finisce un torneo gli organizzatori sono accomunati tutti dallo stesso stato di stanchezza fisica e mentale. Mettere in piedi e gestire una manifestazione come quelle che vediamo da anni – credetemi – è davvero un lavoro enorme.
Quando tutto è finito un manipolo di volontari esausto boccheggia soddisfatto, tutto è filato come si sperava, sono felici... di essere sopravvissuti.
A queste persone chiediamo un ultimo sforzo? Fate sapere quanto impegnativo ed appassionante è stato organizzare il vostro torneo, quanta soddisfazione avete avuto, spiegate cosa significa per il vostro club questo passaggio, per i vostri bambini, raccontate gli episodi curiosi e significativi della giornata, quanto bene sono stati i club che avete ospitato (dirigenti e allenatori che non hanno partecipato vi chiederanno forse di partecipare l’anno successivo).
Insomma, non mandateci solo le classifiche…



