Parola d'ordine? Cooperare

cooperazione-genitori-insegnantiNuova stagione sportiva. Si riparte.
Eravamo rimasti a giugno, finite le scuole, finiti gli allenamenti, finite le gare. Finiti anche gli stress.
E come ricominciamo? Dagli stress.

Genitori... rimandati a settembre! Una mamma ed un papà alzano la mano e domandano, vogliono sapere se il loro figliolo sarà convocato ai tornei e quando, perché per esigenze lavorative, entrambi debbono prendere le ferie, e con almeno 20 giorni d’anticipo. “Voi me lo dovete dire con 20 giorni d’anticipo se mio figlio sarà convocato, altrimenti non lo mando”.
Inizio della stagione, i pali nei campi ci sono, gli spogliatoio ci sono, polemiche e richieste “osè” pure. Non manca nulla.
Ma come? Oggettivamente il club che deve fare? Può ascoltare ogni richiesta ma provvedere solo a quelle sensate e che oggettivamente siano nell’interesse di tutti. Per esempio garantire la presenza alle gare a quel ragazzo anche se i genitori non potessero accompagnarlo. Comprendo la difficoltà, ma farsi carico della richiesta fatta mi pare eccessivo. Per due motivi: uno squisitamente pratico, ce lo vedete l’allenatore che 20 giorni prima fa le “convocazioni”? Il secondo morale: tutto è dovuto fuori che prendersi le proprie responsabilità, trovarsi le soluzioni? E aggiungerei: è prioritario che il ragazzo partecipi o che ci siano anche i genitori?
Cito questo caso, molto soft ma emblematico, perché si sente parlare di partecipazione attiva delle famiglie alla vita dei club e poi nei fatti i club sono obbligati spesso a dedicare molto tempo a rispondere a richieste davvero particolari, deboli, o del tutto irragionevoli, se non irricevibili: ognuno vuole per sé. Ma quanto dà? Basta pagare la retta?

Oggi sul sito Corriere.it un articolo di Cristina Lacava annuncia un servizio del prossimo numero del magazine Io Donna in cui si parla di genitori.
E’ un pezzo impietoso: “Genitori, zero in condotta”.

“Protestano sempre: per i compiti (troppi) e i voti bassi. Pronti a giustificare i figli e accusare i docenti. I prof esasperati rispondono. E i ragazzi ci rimettono.”
“Tra famiglie e insegnanti il dialogo non c’è mai stato, la mancanza di fiducia reciproca è congenita. Oggi però va peggio: si litiga, qualche volta si alzano le mani o si finisce in tribunale.”
In sintesi di questo si tratta.

Nel libro “Tutta colpa dei genitori” edito da Mondadori, firmato da Antonella Landi, un’insegnante, i genitori sono dipinti malissimo. I più dannosi sono quelli che giustificano i figli, soprattutto per giustificare se stessi.
I docenti sembrano essere d’accordo: il problema è la mancanza di equilibrio, i genitori di oggi sono esigenti e chiedono agli insegnanti di “riparare dove hanno fallito, e cioè nell’insegnare ai ragazzi le regole”. Le voci dei docenti suonano all’unisono: “Ormai le famiglie o non ci sono, oppure sono iperprotettive”. “La confusione dei ruoli è totale: spesso mi danno del tu perché sono giovane, senza capire che così mi sminuiscono agli occhi dei miei studenti”.
I genitori oggi non sanno più fare i genitori, non vogliano più prendersi appieno la responsabilità dell’educazione dei propri figli, la delegano ad altre agenzie formative, in primis la scuola. Questo emerge da quanto dicono gli insegnanti. Che si sentono anche senza risorse e costretti a giocare sulla difensiva.
I genitori replicano che la scuola è inadeguata, che rifiuta le interazioni da parte delle famiglie. Che gli insegnati hanno un atteggiamento di superiorità come fossero gli unici detentori della capacità di formare. E il cerchio dell’incomprensione si chiude.

Tra scuola e genitori (e non solo) l’esigenza è cooperare. Antonella Landi tocca il cuore della questione: “Finché famiglie e insegnanti non staranno dalla stessa parte della barricata tutte le fatiche saranno sprecate”.
Questo è il punto. Detto in termini diversi, se non c’è una sana e solida alleanza educativa tra insegnanti e genitori, tutte le agenzie formative, non solo la scuola, sono perdenti.
Scuola e famiglia si occupano della stessa persona, il bambino, ma non cooperano (il modello cooperativo tra l’altro è stabilito per legge), operano pochi scambi e confronti trovandosi poi a scoprire che il bambino a casa si comporta in un modo e a scuola in un altro: e questo genera altre incomprensioni o tensioni tra genitori e insegnati, e l’allontanamento reciproco. Conseguenze? Il bambino, il ragazzo vedrà due mondi di adulti distinti e in contraddizione. Poco credibili, disorientanti.

Genitori, insegnanti, ma mettiamoci tutte le figure di riferimento dei bambini, quindi anche l’allenatore di vostro figlio, l’educatore, se preferite (e preferitelo suvvia), devono collaborare (ci siamo, abbiamo portato il tema anche al campo di rugby).
Primo giorno di scuola, il Preside del liceo Martin Luther King di Genova appende un cartello all’ingresso: “Si invitano i genitori che desiderano che i figli siano promossi e non hanno fiducia nella professionalità dei docenti e del dirigente, a rivolgersi ad altre istituzioni scolastiche che ritengano più rispondenti ai loro desideri”.
Avete trovato cartelli del genere appesi all’ingresso dei campi? No? Male. Malissimo. Se il rugby è educativo che lo sia davvero e quindi, come a scuola, che i genitori e i dirigenti siano responsabili, ciascuno nel proprio ruolo. Però se con la scuola, istituzione ben più “influente” nel percorso di crescita dei bambini, c’è un clima così teso tra le parti, che chances ha il club sportivo di non rimanere invischiato nelle stesse dinamiche?
Io dico che oggi ha più possibilità di successo della scuola: perché è un luogo di svago, meno ingessato dalle regole e certamente più aperto e accessibile per le famiglie. Qui, in teoria, la cooperazione dovrebbe essere più facile.
Questa deve diventare una opportunità che i dirigenti possono cogliere, se sono preparati per farlo e se vogliono farlo. Come: scegliendo tecnici preparati a gestire bambini prima che atleti, aiutandoli a formarsi anche sul piano delle competenze pedagogiche, parlando chiaramente con i genitori prospettando loro in modo esplicito gli obiettivi, i programmi, le regole. Alcuni club ad esempio hanno introdotto la figura dello psicologo dello sport per aiutarsi in questo.
C’è un altro motivo che mi fa ritenere che il club sportivo, il nostro rugby club, possa offrire una chance educativa importante alle famiglie. Se nella scuola si cerca di favorire l’apprendimento cooperativo tra gli alunni, contrapponendolo a quello competitivo, nel club sportivo, cooperazione e competizione hanno più possibilità di trovare un equilibrio: il rugby, si sente dire, insegna a lottare cooperando, è nel suo Dna, competizione e collaborazione sono entrambe esplicitamente necessarie.

Genitori quindi che facciamo? Mentre ci poniamo la domanda “hanno questa volontà formativa i club sportivi?”, come genitori possiamo riflettere sul nostro modo di porci.
Possiamo pensare, ad esempio, che siamo i primi educatori dei nostri bambini e gli unici a seguirli costantemente per tutta la vita, mentre a scuola e al campo gli educatori si avvicendano.
Abbiamo il diritto e il dovere di assicurare ai nostri figli la migliore educazione possibile, ciò significa che in ogni contesto che si occupa dei nostri figli è meglio – se possibile -  cooperare attivamente.

In questa sezione (Mini Rugby Grande Sport) e nella sezione Giocare a mini rugby trovate altri spunti. Buona lettura.

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