Adesso faccio da solo!

minirugby.it-faccio-da-solo“Io non posso entrare”. Sulla porta della panetteria il cartello parla chiaro, Bobby può stare solo fuori, a cuccia, meglio se in silenzio.
La signora lo assicura al palo con due giri di guinzaglio, lo accarezza distrattamente ed entra con un’aria in cui l’indignazione (“Devo lasciare fuori la mia creatura!?”) si mischia alla rassegnazione (“Insensibili!”).
Già, l’amore per gli animali trascende ogni altra considerazione, a volte va ben oltre: “Lasceresti il tuo figliolo di tre anni fuori dal negozio perché rischia di sporcare?”.

Colpo di scena.
Ecco Emma, la mamma, arrivare al campo, il borsone in mano e Jacopo, il piccolo rugbista in erba, cinque metri dietro.
Jacopo si ferma a raccogliere i sassetti, ciondola… fa quello che fanno tutti i bambini, attraversa spazio e tempo senza cognizione, la giornata è infinita, l’orologio un mistero, l’allenamento al campo un momento di gioco tra i tanti.  La mamma lo esorta, cammina decisa puntando lo spogliatoio. Si gira per un attimo: “Dai che fai tardi, devo ancora metterti gli scarpini”.
Le mamme hanno una visione periferica da “fish eye”, il “grandangolo” che usano i fotografi esperti per ritrarre i paesaggi più ampi. Le mamme vedono tutto, sentono e odorano tutto, sanno tutto, non scappa niente alle mamme.
Non hanno semplici occhi ma sistemi di puntamento e quando Emma si rivolta i suoi sistemi di puntamento inquadrano un oggetto a mezza altezza, un cartello, nuovo, ostile, che pronuncia una dichiarazione di guerra: “Mamma, papà… grazie per avermi accompagnato, adesso… faccio da solo!”

Distacco please.
“Nooo…  il mio Jacopo, da solo? Ma sono impazziti… e come fa con gli scarpini? E se non li allaccia bene che fa… casca? E come si riveste? E se perde un calzino o non trova le mutande?!”.
Sì, gli adulti sono impazziti. Non sanno più insegnare ai propri figli l’autonomia. Sono iperprotettivi.
Creano un guscio resistente attorno ai propri figli, resistente a tutto, anche all’apprendimento, alla maturazione.  Li proteggono da piccoli e grandi insuccessi, come se questi non fossero utili nel processo di acquisizione, come se gli errori non fossero quella tappa intermedia che li conduce alla autonomia.

Se mamma provvede sempre, azzera i rischi, come potrà il ragazzo misurare le proprie capacità e i propri limiti?
A dieci anni non c’era il club ad accogliermi, i giochi, le sfide si facevano nel campetto davanti a casa, nel cortile, per strada. Ci si riuniva alla spicciolata, bim-bum-bam, squadre fatte e via, ore di gioco e ruzzolini, di contese, confronti, qualche umiliazione a volte. Rientravamo con le ginocchia sbucciate ma con una nuova scorza spessa così: l’esperienza.
Non so se mancava l’attenzione da parte dei nostri genitori, credo di no. Forse confidavano nelle nostre capacità, un po’ per volta, e ci chiedevano di essere via via responsabili, un passo alla volta. Ogni frazione di autonomia in più era una gratificazione, un riconoscimento: sapevamo fare qualcosa di buono.

L’avventura di scoprire se stessi.
Mi ricordo bene l’ebbrezza che provavo ogni volta che uscivo dal cancello e mi avviavo a cercare gli amici, e poi con loro a inventare giochi, scoprire luoghi. Ogni passo portato più in là mi faceva sentire un poco più indipendente. Ricordo il timore che provavo quando mi sentivo vicino al limite: sono andato troppo lontano? Sto rischiando troppo? Questo sano timore era la prova che il senso di responsabilità si stava sviluppando.
Ricordo che quando i passi fatti portavano troppo in là, i genitori erano poi capaci di richiamarci: al buon senso, alla prudenza, a stare “nella nostra età”. Ma non un passo più indietro.

Lo spogliatoio.
Terra, fango quando piove, freddo o caldo insopportabile. Borsoni dappertutto, gli abiti appesi e mescolati, il vapore delle docce calde, un vociare assordante. E poi il papà di Giovanni che fa spazio e traffica e richiama, e la mamma di Paolo che infila maglia-pantaloni-calzettoni. E poi ci sono Ezio, Cinzia, Arturo, Carlo… sono mamme e papà e nonni anche. Lo spogliatoio è una bolgia infernale.
Gli Under 6 sono troppo piccoli per tutto, tranne che per una cosa: il gioco fine a se stesso.
Con la creazione di questa categoria si è anticipato il momento dell’ingresso dei bambini nella realtà strutturata del club sportivo, del gioco organizzato e regolato.
Il rugby ha un vantaggio immenso rispetto a molti altri sport: è un gioco semplicissimo nei suoi fondamentali. Poche regole all’inizio: prendi la palla e corri, portala là in fondo senza farti prendere. Il prendere, in realtà, si chiama “placcaggio”, che significa finire a terra, saggiare la consistenza di un altro corpo e del suolo, una esperienza che non tutti i bambini conoscono e sono pronti a fare. Però il gioco è semplicissimo, istintivo.
A quell’età è più impegnativo… lo spogliatoio.
Troppo piccoli, infatti, per entrare in uno spogliatoio da soli, trafficare col contenuto del borsone, vincere la timidezza della nudità, e uscire senza avere una scarpa in tasca, una calza in testa e il caschetto come mutande.
Però comincia la sfida. L’anno dopo via via i bambini hanno l’opportunità di sperimentare il loro grado di autonomia, di accrescerlo. Recuperare tutti gli indumenti, rivestirsi prima che faccia notte… Se le mamme e i papà mettono piede negli spogliatoi rischiano di ritardare questo processo di maturazione. E più avanti, saranno anche ingombranti testimoni di nudità preadolescenziali.
Quale è il rischio in fondo? Perdere una canottiera o lo shampo? Trovarsi a casa il cappellino dell’amico? La rete delle mamme premurose ed attente, con la complicità degli accompagnatori e della segretaria factotum, consentirà di recuperare tutto. La vigilanza degli accompagnatori basterà per ricordare le regole che i bambini devono osservare anche nello spogliatoio.
E i bambini – oltre a scoprire sempre un po’ più di sè - allungheranno ancora il momento del divertimento.

Max Fini

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