Genitorialità e sport
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- Creato Lunedì, 11 Aprile 2011 14:19
Oggi è veramente difficile parlare della genitorialità in una società in cui domina sempre più il sembrare piuttosto che l’essere, lo status economico, il successo a tutti i costi, l’individualismo invece che il rispetto della dimensione collettiva e dell’altro.
Tutto è sempre più accelerato, veloce, la famiglia ha perso la sua struttura originaria e si presenta con nuove forme: nucleare, estesa, multipla, ecc. L’educazione dei figli ha cambiato i propri canoni, i genitori per motivi di lavoro e/o personali sono meno presenti, a volte stanchi della giornata lavorativa e disinteressati, o non attenti ai problemi e alle fasi che caratterizzano l’età evolutiva dei figli. Si cerca di compensare la propria assenza o lontananza, i sensi di colpa e le proprie mancanze, soddisfacendo le richieste e i capricci del fanciullo, deresponsabilizzandosi e venendo meno al proprio ruolo educativo.
Molti genitori non riescono ad accettare che i loro figli giochino spensierati, si divertano, si confrontino rispettando le regole e il fair play, che perdano.
Ai bordi dei campi in cui giocano i loro fanciulli, troviamo genitori che urlano contro tutto e contro tutti, intimidiscono i piccoli avversari, ingiuriano l’allenatore, minacciano l’arbitro. Squallidi diverbi sulle tribune e accanto al terreno di gioco fra fazioni opposte di tifo e di pensiero che a volte sfociano nella violenza fisica. Un insieme di comportamenti disturbati e comunicazioni diseducative e paradossali in cui conta la vittoria e diventa inaccettabile perdere. Sul terreno di gioco i bambini caricati come delle molle e incitati all’estremo agone sportivo mettono in scena tutto il peggio del repertorio che caratterizza lo sport dei massimi livelli: con simulazioni, offese ai compagni, minacce agli avversari, gioco falloso, furore agonistico e perdita della misura, mancanza di rispetto nei confronti dell’arbitro e polemica continua sulle decisioni che prende. O al contrario ansiosi e paralizzati dalla paura di sbagliare e perdere, dalle recriminazioni e dai rimproveri degli adulti, costretti a rispondere alla volontà da ultrà di alcuni genitori
Lo sport è momento ludico ricreativo, di divertimento, di socializzazione, di libera espressione della creatività e il vissuto del bambino, che pur gioca anche per vincere, è lontano anni luce dallo sport degli adulti basato sulla vittoria a tutti i costi, alla prestazione, al profitto economico. Le pressioni, i desideri, le aspettative e le proiezione, la specializzazione precoce, la ripetitività degli allenamenti e l’eccessivo carico di lavoro in allenamento, la lontananza dai bisogni del fanciullo, l’agonismo esasperato degli adulti, rischiano di rendere lo sport uno spazio di disagio.
Favorendo il presentarsi di comportamenti ansiosi, di insicurezza, senso di insufficienza e di colpa per non aver risposto adeguatamente alle aspettative. Così molti giovani abbandonano lo sport perdendo la ricchezza e le opportunità educative dell’attività motorie.
Non si tratta di fare semplicemente sport ma di farlo a misura delle fasi evolutive del fanciullo e del giovane. A questo scopo è determinante dare ai vari attori dello sport (allenatori, tecnici, dirigenti e genitori), le conoscenze, le metodologie e gli strumenti appropriati per essere adulti che educano ai valori sportivi e sociali. Fondamentale è decrementare la conflittualità e le contraddizione nella comunicazione e nei comportamenti degli adulti che diventando dei veri modelli di comportamento se facilitano la partecipazione e la coerenza educativa degli interventi, utilizzando un linguaggio comune per ottimizzare la qualità dell’esperienza sportiva nel giovane, nel rispetto delle fasi evolutive e di criticità che attraversa e della dignità personale.
Mauro Ringressi - Psicologo dello sport
Atti del Convegno “Psicologia e sport: un connubio indissolubile” (Arezzo, 19 marzo 2011) - Via: CNIFP



