Cattivi esempi, buoni esempi

Separazione e integrazione
Dei due termini il secondo mi piace sempre di più. Nello sport particolarmente.
Però trovo utile ricorrere alla separazione, al disgiungimento e al netto rifiuto, se occorre, quando penso ai disvalori che si annidano nello sport, si infiltrano, fino a inocularsi nel tessuto sano e vitale dello sport giovanile o infantile.
Voglio segnalarvi un articolo pubblicato nel blog d’autore ospitato da Repubblica.it e firmato da Fabrizio Bocca, titolato “I giorni del rugby, una lezione anche per il nostro calcio ”. Alcune osservazioni sono vicine alla retorica, della quale è meglio un po’ alla volta spogliare l’ovale, ma ci sono riflessioni interessanti che provengono da chi il rugby lo osserva da fuori, ovvero da quel modo sportivo che s’incuriosisce, come vediamo sempre più spesso, per la notorietà che il rugby sta acquisendo in Italia, nonostante manchino i successi sportivi – logico traino -, e per la attenzione al suo modello che trascende il più angusto recinto del fatto sportivo.

“Il Sei Nazioni di Rugby 2011 è ormai alla chiusura. Ogni anno, arrivati più o meno a questo punto, ci richiamiamo allo spirito e alla filosofia del rugby ponendolo a modello, eleggendolo quasi a sport ideale. Grande spirito di squadra, sportività, idealismo, rispetto delle regole e soprattutto fratellanza assoluta fuori dal campo. Che poi, secondo me, è il principio fondamentale. Il grande fascino del rugby è la maniera assolutamente idealistica di vivere e praticare lo sport”.  

Questa è una verità. Nel rugby c’è l’ideale dello sport condiviso come un valore ed è una esperienza accomunante, legante, mai contrapponente e separante.

“…rispettare le regole nel corpo a corpo e soprattutto mettere una fine, un limite a quella rivalità, non trasformarla mai in odio, in aggressività totale e incontrollata, come può capitare ad esempio nel calcio, è l’essenza del rugby”.
“Se il calcio avesse nel suo Dna questo principio, se la partita finisse veramente al 90°, se le persone che lo amano capissero che la vittoria è una conquista prima di tutto spirituale che materiale, che il business che ne consegue è solo un effetto e non un principio, io credo che lo scatto in avanti sarebbe enorme. E che la passione del tifo non subirebbe quelle distorsioni che possono purtroppo avvelenare uno sport”.

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 La partita di calcio dura 90’, dieci in più del rugby. Solo apparentemente. L’essenza del rugby è che il rugby comincia prima del match e continua ben oltre.

Non si tratta tuttavia di fare paragoni e classifiche tra questo e quello sport, come Bocca stesso scrive. Si tratta semmai da trarre, acquisire, ricavare da ogni sport quanto di buono c’è e condividerlo, importarlo nel proprio. Questo è un invito quindi a non andare a farsi belli vantando questo e quello del rugby, ma a proporne i benefici.

Cattivi esempi, buoni esempi
Detto ciò, tuttavia sono i commenti al post di Bocca che mi hanno colpito, uno in particolare. Quello di Raffaele, rugbista emigrato nella Svizzera tedesca.
Raffaele ha figli che giocano a calcio in una squadra davvero multietnica, lo Sporting Club Schaffhausen, i loro compagni sono svizzeri, tedeschi, italiani, kosovari, turchi, iracheni, serbi, croati, lituani, portoghesi, spagnoli.

“È una squadra interculturale nel vero senso della parola e non ci sono particolari conflitti nè tra i bambini nè tra i genitori. Segno che l’intelligenza può regnare anche nel mondo del calcio, se si vuole.”


Raffaele – invitato ad assistere l’allenatore del team - racconta una esperienza interessante che ha proposto ai ragazzi ricavandone insegnamenti utili per tutti.

“Eppure alcune differenze mentali tra calciatori e rugbisti le noto anche nei bambini. Recentemente mi hanno chiesto di fare l’assistente allenatore della squadretta di calcio dei miei bambini. Io di calcio ci capisco veramente poco, l’ho detto ai responsabili. Ma loro mi hanno risposto che l’obiettivo non è quello di insegnare tattiche o strategie, ma di trasmettere a questi giovani calciatori i valori sportivi del rugby.
E così ho iniziato a farli giocare anche con una palla ovale senza particolari regole da seguire, senza mischie ordinate e chiudendo entrambi gli occhi nei passaggi in avanti. Mi interessa farli correre su e giù per il campo a rincorrere liberi un pallone che fa rimbalzi strani, tutto qui.
Cosa ho scoperto? Ho scoperto che i piccoli Ronaldo, Messi o Snejder che si rotolano come dei forsennati a ogni soffio di vento durante una partita di calcio, di fronte a un placcaggio subito o fatto non si scomponevano minimamente. Si rialzavano e riprendevano a correre come se niente fosse. Alla domanda sul perché quando giocano a calcio si comportano in altro modo, mi hanno risposto che alla Tv fanno tutti così. Cosa ho scoperto ancora? Ho scoperto che i bambini più grossi e lenti fisicamente con un pallone ovale in mano si trasformavano, non venivano più derisi dai compagni. Ho detto ai bambini che in una squadra tutti possono ricoprire un ruolo importante: veloci, grossi, piccoli, alti. Ognuno ha bisogno dell’altro per andare avanti. Ho detto anche che le decisioni dell’arbitro non si discutono mai, è stupido protestare, soprattutto quando si sa perfettamente di avere torto. Ho spiegato loro che per raggiungere una meta, qualsiasi meta, ci vuole anche l’aiuto degli altri. Non si può fare tutto da soli, nemmeno se si è dei campioni”.

Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma non lo è. Sono i bambini stessi a spiegarci che loro non fanno altro che ‘prendere esempio’. E se l’esempio è eclatante, reiterato, sbandierato a sette venti… allora così si deve fare.

“Il problema è che non appena questi piccoli ‘rugbisti’ per pochi minuti ritornano ad essere di nuovo ‘calciatori’ durante l’allenamento qualcosa scatta nella loro testa, i loro modelli di riferimento, i grandi campioni del calcio sono più forti.
Qualche volta c’è dietro anche l’aspettativa dei genitori, un investimento economico per il futuro. Tutto si dimentica in fretta, già si pensa all’arbitro che ha espulso quel giocatore senza motivo, alle dichiarazioni del calciatore famoso, dell’allenatore isterico, al goal annullato, ecc., ecc. Il mondo del calcio, appunto. Un’altra cultura, la cultura dominante, con la quale sono sempre di più confrontato sotto vari punti di vista. Perché la mentalità ‘calcistica’, poco tollerante, isterica, superficiale è presente anche nella vita reale nel rapporto con le altre persone”.

Raffaele vorrebbe creare una squadra di rugby ma al momento non ci sono le condizioni. Per approfondire abbiamo contattato Raffaele che ci racconta infatti  che nella Svizzera tedesca il rugby quasi non c’è.

“Il rugby, purtroppo, non esiste sugli schermi svizzeri tedeschi, qualcosa c’è sulla TV della Svizzera italiana o francese. Esiste un campionato con tre categorie, le squadre più forti si trovano a Ginevra e Losanna. Nella Svizzera tedesca esistono realtà rugbistiche di un certo livello a Zurigo e a Basilea. Da un paio di anni è nata una nuova realtà rugbistica a 20 km da casa mia (Winterthur) organizzata da “profughi” francesi che lavorano per la nota ditta di assicurazioni. Non esiste praticamente attività giovanile, solo giovani adulti ed eventualmente seniores”.

Il Rugby, il calcio
Ma ci dice anche un’altra cosa, che a noi può sembrare incredibile:

“Tutto funziona piuttosto bene, il calcio costituisce da queste parti un ottimo veicolo di integrazione. Tieni presente però una cosa: il calcio è solo il contorno della vita quotidiana in Svizzera, non esiste il grande carrozzone mediatico dell’Italia. Le trasmissioni sportive la domenica dedicano giusto lo spazio necessario con i goal e i commenti risicati dei giornalisti, poi passano ad altri sport come l’hockey su ghiaccio (sport importantissimo qui), il ciclismo o il tennis”.

Insomma, il nostro modello culturale determina la preponderanza del calcio. Infatti in Italia si praticano moltissimi sport e ve ne sono diversi che hanno una base di praticanti estesa (basket, volley…), ma sono trascurati a livello mediatico e quindi, se per caso lì i valori sportivi ci sono, non lo sappiamo. Il calcio è una sorta di blob che fagocita tutto.
Il rugby è stato a lungo in Italia un ambiente piuttosto riservato, attento a preservarsi. Ora che da un decennio ha una esposizone significativa, deve confrontarsi con l’esterno. Ma, a parte i rischi che il sistema professionistico può portare, i rugbisti conservano gelosamente il proprio spirito amatoriale, i valori del loro sport.
Fateci caso. Quante volte, come nel pezzo di Bocca, trovate scritto Rugby con la R maiuscola. “Nazionale di Rugby”. Nessuno si sogna di scrivere Nazionale di Calcio. Rugby con la R maiuscola è la città di Rugby. Ma viene da scriverlo così per orgoglio, perché per chi lo pratica è una bandiera. Questa è un po’ retorica, ma ci sta.

mf

 

 

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