Papà e mamma a bordo campo, anzi no
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- Creato Sabato, 19 Febbraio 2011 17:26
In linea di massima ci sono due linee di pensiero circa il rapporto che dovrebbe instaurarsi tra i club sportivi che accolgono bambini e ragazzi e le loro famiglie: c’è chi sostiene che i genitori debbano restare fuori o comunque non intromettersi nella vita del club – se non per dare supporti di tipo logistico -, c’è chi invece ritiene che tra famiglie e club debba sorgere e consolidarsi una sorta di alleanza educativa.
Dentro o fuori?
Guardo sempre con sospetto sia chi vuole intromettersi a tutti i costi sia chi oppone barriere di gomma a chi desidera partecipare, tuttavia, anche per l’esperienza maturata negli anni, sono propenso a credere che volente o nolente il club debba cercare di stabilire un rapporto attivo e proficuo con le famiglie, anzi, penso che per le contingenze dello status in cui si trovano oggi a crescere i bambini e i ragazzi, il club sia quasi obbligato a farlo.
Detto che ritengo onesto che il club dichiari la propria missione sportiva ed educativa, evidenziando i confini per quanto stretti essi siano, c’è da precisare che non esiste alcun contesto in cui un ragazzo è inserito stabilmente e dove è a contatto con adulti che non sia per lui educativo, o al contrario, diseducativo. I comportamenti reticenti, ingannevoli degli adulti, anche i loro silenzi, sono comunque un modello, una (manchevole) proposta per i ragazzi.
Normalmente, quando si parla di educazione sportiva si pensa ai precetti ed agli esempi che gli adulti forniranno ai ragazzi che si allenano per imparare a praticare il proprio sport.
In questa direzione come padre ripeto sempre ai miei figli, quando sono sulla soglia di casa col borsone in mano, “ascolta e impegnati, rispetta e dai il massimo: buon divertimento”. Sperando che alla lunga funzioni.
Così mi ha molto colpito leggere su telegraph.co.uk, che l’articolista Brian Moore dice la stessa identica cosa a sua figlia:
“enjoy yourself, listen and try your best”.
Brian ha letto tutte le linee guida, i codici, di più di una federazione britannica (quelli della Football Association come parte della campagna titolata Respect, quelli della Rugby Football Union e anche quelli dell’England and Wales Cricket Board). E’ preparato, sa quali sono le raccomandazioni: positività, supporto, non prendere le cose in maniera eccessivamente seriosa, focalizzarsi sulle capacità piuttosto che sulle vittorie, rispetto per gli arbitri.
Piantala!
Racconta però un episodio sintomatico che ci porta alla riflessione di queste righe.
“Con tutti questi dettami in testa, le mie uniche parole prima che mia figlia andasse al primo allenamento di mini rugby sono state: divertiti, ascolta e fai del tuo meglio”.
Al campo Brian scopre che il possibile problema che l’allenatore potesse non essere all'altezza di quello che considerava uno standard appropriato, per fortuna non si concretizza, visto che in effetti l’allenatoreè molto preparato.
“Tutti i ragazzini fanno errori, ma vedo che hanno un problema soprattutto col fuorigioco (ce l’hanno giocatori internazionali, arbitri d’elite, commentatori… figuriamoci), così da bordo campo do qualche moderato consiglio e quando riescono dico ‘ben fatto’!”
Brian si ripete fino a che sua figlia gli rivolge un “piantala di urlarmi consigli” che lo mortifica.
Non aveva apprezzato il fatto che, anche se ha menzionato solo una volta il nome della figlia, lei ha interpretato questo consiglio generale come una critica personale in ogni occasione.
La lettura più profonda di questo fatto mostra la linea sottile che esiste tra l’aiutare e l’ostacolare. I bambini sono consapevoli della presenza di un genitore e questo crea qualche pressione, qualunque sia il comportamento del genitore. I bambini discernono molto più di noi e si accorgono della minima parola e del minimo gesto: uno scuotimento della testa, uno sguardo, una frase…
Ricordo che quando mio figlio giocava in Under 9, stavo a bordo campo ma defilato, e mi permettevo solo molto raramente di incitarlo con un “dai!”: ho smesso quando ho capito che comunque gli davo fastidio, lo mettevo in soggezione, come se lo obbligassi in qualche modo ad avere un punto di riferimento fuori dal campo che non fosse l’allenatore. E non l’ho capito per intuizione: me l’ha detto.
Poi girare per i campi mi ha dato la possibilità di vedere altri i bambini che giocano, con distacco: una partecipazione più sana. Da allora mi ripeto che è il loro gioco, che il tifoso non è contemplato tra le cose utili e necessarie del mini rugby e che è interesse solo del genitore fare il supporter o comunque osservare da vicino. Naturalmente è comprensibile.
“C'è una scuola di pensiero, sottoscritta da molti genitori – dice Brian Moore – secondo la quale i bambini hanno bisogno di imparare a convivere con questi comportamenti degli adulti, e che inasprendoli li si aiuta ad affrontare più grandi sfide”.
L’evidenza però nega questo approccio.
Non si tratta di lodare a caso, soprattutto quando il bambino sa che non hanno giocato bene. Si tratta di parlare della prestazione al momento giusto, se gradito, offrendo solo consigli costruttivi.
La teoria, come sempre è perfetta, nota Brian Moore, e sono d’accordo nel dire che è umano errare. Ma è necessario chiedersi perché un certo numero di genitori ancora minacciano apertamente e i loro e altri bambini, credendo veramente di non fare nulla di male. Questi genitori non vedono che il loro esempio mette in imbarazzo i bambini? Non comprendono che inducono subliminalmente i loro figli a fare altrettanto in futuro?
In castigo?
L’articolo chiude affermando che questo tipo di comportamento accade nella maggior parte degli sport.
Bene, la news che in parte ha ispirato l’articolista del telegraph.co.uk è che l’aggressività dei genitori ha indotto la FA (lega calcio inglese) ad introdurre la “zona spettatori” nel calcio dei bambini: zona delimitata che tiene lontani i parenti.
Genitori a bordo campo o sugli spalti quindi?
Tutti i genitori vivono i loro sogni attraverso la loro prole. Ma lo sport non deve tollerare comportamenti dannosi. A bordo campo c’è un coach e la sua influenza sui bambini non è poca. Possiamo sottovalutare quella incontrollabile dei loro genitori assiepati e vocianti?
“Stando così le cose, è difficile resistere all’idea che dobbiamo investire tempo, sapere e denaro nella educazione… dei genitori su questi temi, come si fa (o si dovrebbe fare - ndr) con gli allenatori”.
Che ne pensate?



