Le promesse del mini rugby
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- Creato Mercoledì, 10 Novembre 2010 16:48
"Non sono assolutamente d’accordo con la vittoria a qualsiasi costo. Bisogna sempre rispettare avversari, arbitro, spettatori e anche se stessi. Su questo non si può discutere" (Marcelo "Tano" Loffreda, ex Pumas e ex c.t. Pumas, via Marco Pastonesi).
“Incontro dirigenti generosi e motivati che si danno da fare in realtà nuove per un rugby di tipo inclusivo, ma vedo anche allenatori non sempre all’altezza, genitori tifosi sprovvisti delle più elementari norme di fair play che dovrebbero essere il cuore dello sport e in particolare del rugby” (Antonio Liviero, giornalista).
“I bimbi devono giocare per divertirsi, confondere un torneo con il cortile di una caserma credo sia un motivo di forte disaffezione e di allontanamento dai valori del gioco” (Nicola, rugbista e papà di mini rugbista).
Convergenze. Due frasi dette in due posti diversi del mondo, Argentina e Italia (che per destino si stanno per affrontare in una battaglia sanguigna), un solo concetto.
Occasioni. Un giornalista che di fair play ed educatori parla, un papà che - fresco reduce da un torneo – preoccupato li reclama.
Su queste convergenze e occasioni di riflessione nasce questo articolo, che chiede di soffermarsi a pensare e che probabilmente non sarà simpatico a tutti.
Credevo che girando per tornei, come mi capita, avendo soprattutto da condividere birre e pacche sulle spalle avrei dovuto… prepararmi fisicamente, per rientrare sano a casa. Invece ho scoperto che se non mi preparo sull’argomento dello sport come mezzo educativo, rischio di perdere amici.
Con molti di voi mi ritrovo sui campi a condividere qualche preoccupazione per gli eccessi o le distrazioni che si registrano tra gli adulti che con ruoli diversi questo sport lo animano.
E quando a casa o in ufficio apro la posta, ormai so che leggerò altre considerazioni in merito. Di solito preoccupate considerazioni.
Il tema è sentito quindi?
Non ne sono affatto convinto.
Pochi allenatori? No, troppi.
Il giorno 1 novembre, il Gazzettino pubblica l’articolo “Nel minirugby troppi allenatori. Servono educatori“. Nella rubrica “Mischia aperta”, Antonio Liviero, giornalista che sul tema ha già dimostrato sensibilità, accortezza, decisione, scrive:
“Novembre, stagione di test-match. Logico che i riflettori siano puntati sulle gesta di Parisse e dei Bergamasco. I tifosi vogliono sapere se la nazionale di Mallett sarà in grado di fare un salto di qualità contro i Pumas e le Isole Fiji dopo due mesi in cui tutti i giocatori si sono potuti preparare ad alto livello in Celtic League e nel campionato francese. Vedremo.
Ma se si vuol scrutare l’orizzonte del movimento, più che gli stadi si dovrebbero frequentare i campi inzuppati di periferia dove si svolgono, prima della pausa invernale, i concentramenti di mini rugby. Perché al di là della formazione che le Accademie dispensano al gruppo ristretto dei ragazzi più promettenti, gran parte del lavoro sui vivai resta legato all’ampiezza della base. Non è infatti automatico che un talento riesca effettivamente ad emergere ai massimi livelli. Sulla sua riuscita pesano molti fattori che non sono tecnici: personalità, ambiente, famiglia, scuola, fortuna. E se i numeri sono limitati anche le percentuali di riuscita saranno logicamente basse. Ma di tutti questo è il meno importante dei motivi che richiedono una base larga”.
Stiamo parlando di missione: quale è dunque la missione del mini rugby? Semplifichiamo: negli statuti dei club c’è scritto che la finalità è lo sviluppo e la diffusione di attività sportive connesse alla disciplina del rugby, intesa come mezzo di formazione psico-fisica e morale. Ma nei fatti?
“Se vogliamo arrivare un giorno a battere gli All Blacks ci serve molto altro. Degli ottimi arbitri e non solo per l’élite. Mentre i direttori di gara scarseggiano. C’è bisogno di bravi dirigenti, di segretari di club efficienti. Di allenatori competenti e di educatori preparati sul piano pedagogico. Senza un movimento esteso con simili caratteristiche, certi risultati ci rimarranno preclusi. Basta guardare in casa di chi ha più tradizione di noi per convincersi.
È sufficiente un pellegrinaggio, che raccomando ai responsabili di comitati e federazione, per capire in che direzione invece stiamo andando. Incontro dirigenti generosi e motivati che si danno da fare in realtà nuove per un rugby di tipo inclusivo, ma vedo anche allenatori non sempre all’altezza, genitori tifosi sprovvisti delle più elementari norme di fair play che dovrebbero essere il cuore dello sport e in particolare del rugby. Osservando il gioco e ascoltando le parole dette tra un tempo e l’altro e tra una partita e l’altra, mi rendo conto poi di come scarseggino drammaticamente gli educatori. Mi ha colpito la frase, credo sincera e convinta, di un giovane a un genitore: «Io sono un allenatore, non un educatore». Peccato. Perché non è di allenatori che ha bisogno il mini rugby. Ma di educatori che formino arbitri e dirigenti. Che tengano insieme tutti i ragazzi, rispettandone le diverse personalità, senza dividerli già a 10 o 12 anni in campioncini e schiappe, senza squadre A e B, senza puntare a vincere partite e assurdi tornei. Senza escludere o umiliare nessuno”.
L’autogol del rugby
Domando: ha senso sacrificare 999 giovanissimi praticanti per rincorrere un possibile futuro campione? O una coppa di plastica con la quale farsi ritrarre sul quotidiano locale?
Su quello che si pensa debba essere l’obiettivo primario dello sport giovanile, volendo, ne smascheriamo tanti: dirigenti, allenatori, genitori.
Dirigenti e tecnici che proiettano il loro ego verso la meta di avere tra le proprie fila il futuro Bergamasco, genitori che proiettano le proprie frustrazioni nella stessa direzione.
In una sorta di combutta silenziosa, che nella migliore delle ipotesi è dovuta alla semplice inconsapevolezza di quanto lo sport possa essere una palestra di crescita collettiva e personale e non un aleatorio strumento di mera affermazione individuale, che lascerà la stragrande maggioranza degli interessati a bocca totalmente asciutta.
Questo a dispetto delle promesse: il mini rugby è uno sport inclusivo e ricco di valori. Sulle promesse non mantenute il rugby rischia una cosa che nel rugby non esiste, un autogol.
“Il rugby ha bisogno di tutti e deve essere di tutti, se vuole diventare popolare. A tempo debito sarà lo spartiacque della vita a fare la selezione: qualcuno punterà all’alto livello, altri a ruoli diversi. Forse non sapremo mai con certezza se a contare di più per il rugby sarà un Parisse o un bravo educatore. Ma io qualche sospetto ce l’ho”.
Educatori: vogliamo esserlo?
Essere educatore per l’adulto che lavora a contatto con i bambini è una necessità? Un dovere? Una opportunità?
Mentre l’allenatore trasferisce un importante bagaglio tecnico, l’educatore aiuta anche a crescere. Che è ciò di cui hanno bisogno i nostri figli. A casa, a scuola, in parrocchia per chi ci va, al campo da rugby. Il club oggi è una agenzia educativa a tutti gli effetti; se non vuole esserlo, lo dichiari apertamente e i genitori scelgano; se semplicemente oggi non sa esserlo, si prepari a diventarlo domani.
Infatti in questi luoghi – casa, scuola, campo da rugby… - cambiano i panorami ma i bambini e i ragazzi trovano sempre noi adulti, ci osservano e ricevono buoni o cattivi esempi. Quando spieghiamo come si fa una ruck, perché l’arbitro ha sbagliato, perché qualcuno non sarà convocato, perché arrivare decimi ad un torneo può valere più di dieci vittorie, perché integrare in squadra un compagno caratteriale o diversamente abile non è un sacrificio… possiamo farlo urlando, bestemmiando, escludendo, divagando, ma… anche meglio di così. Se sappiamo e vogliamo farlo, s’intende.
Gli “allenatori” del mini rugby hanno tutta la mia (e spero vostra) solidarietà, perché si trovano a svolgere un compito assai oneroso, per il quale non sempre sono formati.
Tralasciando la predisposizione naturale e l’entusiasmo, pur sempre necessari ma in rari casi bastanti, come possiamo garantire di svolgere in modo equilibrato il compito di educatori se non sappiamo come parlare a dei bambini di 5 o di 12 anni, come si gestiscono e si favoriscono le loro interazioni, il loro apprendimento, i loro effettivi interessi?
Preoccuparsi di questo, di cercare e richiedere i supporti adeguati (al club, alla federazione…) è sintomo di grande sensatezza , disponibilità, voglia di migliorare e aiutare a crescere.
Girarsi dall’altra parte, al contrario, è una mancanza bella spessa.
Enzo Jannacci, che con lo sport c’entra poco ma è un maestro che lo puoi recuperare sempre che tanto una sua espressione penetrante e calzante da citare la trovi, canta di quelli che la notte di Natale scappano con l'amante dopo aver rubato il panettone ai bambini, oh yes!
Sono quelli che non solo non educano, ma si fanno semplicemente gli affari loro, sulla pelle dei più piccoli. Oh no!
Paga anche il movimento
La IRFU, Federazione irlandese, promuove il rugby come un continuum che va dal gioco per il divertimento, a quello per l’apprendimento, alla competizione, al perseguimento della eccellenza internazionale. E chiude il ciclo con il “ritorno al rugby”, come dirigenti, sostenitori… tutti ex “praticanti” (anche quello alla piastra a preparare le grigliata è un rugbista a tutti gli effetti, maestro del terzo dei tre tempi), gente che nel rugby è cresciutia e dal quale mai se ne è andata. Una base ampia e solida. Culturalmente radicata. Là pensano che per un Brian O’Driscoll non possono bruciare 999 Mr. X.
Tralasciare gli aspetti educativi, non tutelare la partecipazione ampia, è azzardato anche per la crescita del movimento. Che rischia di perdere praticanti, di non tenerli a sé una volta finito il ciclo del mini rugby, quando il gioco si fa duro e il sogno in vano cullato - “un figlio un campione” - si dissolve.
Sposiamo con coraggio l'idea di sport educativo e facciamo promesse che ci impegniamo a mantenere, per il movimento e per ogni singolo bambino.
mf




"Non sono assolutamente d’accordo con la vittoria a qualsiasi costo. Bisogna sempre rispettare avversari, arbitro, spettatori e anche se stessi. Su questo non si può discutere" (Marcelo "Tano" Loffreda, ex Pumas e ex c.t. Pumas, via Marco Pastonesi).