All Blacks, domenica mattina
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- Creato Venerdì, 13 Novembre 2009 16:22
Il bello è questo, il biglietto è pagato, da tre mesi, non mi ricordo nemmeno quanto è costato, e vale un posto per assistere allo spettacolo, per esserci, e ricordarsi poi di esserci stato. Il biglietto si mette con quegli altri, non appeso da solo o incorniciato, no, mischiato agli altri, per dare più sapore al rugby che hai visto.
Che altro resta? La partita, sì, ma quella è gratis, gra-tis… né il pubblico né i nostri ragazzi hanno alcunché da smenarci.
Tutto già pagato.
Preferisco essere un sognatore fra i più umili, immaginando quel che avverrà, piuttosto che essere signore fra coloro che non hanno sogni e desideri (Kahlil Gibran)
Prima di arrivare in questo tempio da 80mila posti, contro questi signori, mescolanza di pronipoti britannici e indigeni maori, abbiamo già giocato 11 volte.
La prima volta in un altro tempio, più raccolto ma sacro per l’ovale tricolore, il Battaglini di Rovigo. C’erano più persone che posti, e molte stavano a bordo campo e da lì – beati loro, che ne conosco anche, e ti guardano che ancora sentono il sapore in bocca - hanno visto la meta di Nello Francescato fra i pali. Perdemmo, ma mai andò tanto bene: 12 a 18. Era il 28 novembre di 30 anni fa.
Poi sconfitte, sconfitte e sconfitte pesanti. Se guardiamo gli aspetti tecnici poi… vabbè.
Allora entra allo stadio con lo spirito giusto adesso - mi dico – giusto, come l’abito da cerimonia al matrimonio, i jeans strappati al concerto underground, la faccia da santo dopo che hai tradito la fidanzata.
Lo spirito giusto, cioè quale? Dovevi fartela prima questa domanda!
Mi guardo attorno… folla che sale le rampe, s’affaccia e chiama, folla nella folla.
“Se c’era Troncon gli facevamo vedere agli All Blacks!”. “Ma tanto c’è Parisse che li rompe tutti… io l’ho visto Parisse, è il doppio del mio papà!”.
Spirito? Ecco, l'unico che abbia senso, quello dei bambini. I bambini sanno fare sogni, limpidamente, con gli occhi spalancati, anche alle 15 di un sabato pomeriggio. Tanto per i bambini è sempre tutto gratis.
Ok, anche per me da lì in poi è tutto gratis.
Un uomo ha bisogno di fare la sua provvista di sogni (José Saramago)
I sogni ad occhi aperti si fanno come si deve, e in saccoccia meglio metterne un po’, che quando ti servono poi li tiri fuori.
Mirco Bergamasco nel "prepartita" dice una bugia per ogni boccolo che ha in testa, compresa questa: “Una bella prestazione con gli All Blacks non è chiudere sconfitti con uno scarto ridotto, una bella prestazione è la vittoria”.
Mirco sta a Parigi e là legge i libri, sono sicuro, perché una cosa così sembra scritta da Pastonesi. Oppure ha un sogno anche lui. O una meta. Che forse sono la stessa cosa, nel rugby come nella vita.
Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni (William Shakespeare)
Il sogno. Il sogno è un bel sogno se non si fa mancare nulla, il sogno dei bambini è l'Italia che vince, anzi, “che batte gli All Blacks”. Ripeto: "che batte gli All Blacks!". Senti come suona bene la "b" di "batte"? Ripeto, e tutto nel mio idioma, che sembra più vero… “che batte, che batte gli olblecs!”
I sogni, quando restano tali, hanno effetti collaterali noiosi, il primo è la malinconia. Ma il sogno nel rugby a S. Siro si chiama pick and go, prendi e parti, un’altra fase, ancora due metri di sudore e legnate, non importa quante ancora, sarà la riga bianca là in fondo a dire che il sogno è realtà. Insomma, nessuna malinconia ci sarà, il sogno di battere gli All Blacks o finisce qui oppure marca una tappa e prosegue verso la prossima. Raccogli e vai.
Si potrebbe fare un film, dove vinciamo noi, in maniera rocambolesca se possibile, ma è una vigliaccata, trasformare un sogno in una immagine usando la fantasia.
Insomma, che sogno sia. Entriamo.

Fai vedere al tuo sogno che veramente ci tieni a incontrarlo, senza pretendere che lui faccia tutta la strada da solo per arrivare fino a te, poi le cose accadono. I sogni hanno bisogno di sapere che siamo coraggiosi (Fabio Volo)
Sbagliano tutti nella vita. Anche i più bravi. I meno bravi devono essere lì. Quella sarà la loro bravura.
Do you remember Murrayfield? Cusiter che carica la spalla e apre all’infinito verso l’ala, una maglia azzurra taglia la linea e via. Meta. Ne abbiamo fatte tre così. Chi le dimenticherà più?
Bene, un secondo solo prima degli inni, una cosa come quella che poi abbiamo visto, non poteva che essere un sogno. “Ti immagini se Bergamasco, dopo un minuto, intercetto e… e Scanavacca tre minuti dopo, intercetto e… e Robertson, subito dopo, un altro scippo a mezz’aria e via… ti immagini se…”. Ci sarà stato un bambino che all’ingresso lo avrà chiesto al suo papà. Sono sicuro.
Ci vuole coraggio per pensarlo. Anche per farlo. Fatto, e il sogno si trasformò nel cigno di se stesso, una vittoria indimenticabile.
Mi accomodo, ci sono altre 80mila persone. Attendo e penso.
Penso che 70 punti sono un pronostico credibile, lo ha fatto appoggiato al bancone di un pub davanti ad una birra uno che ne sa e ne ha fatte abbastanza, Zinzan Brooke. Forse doveva farci pagare la cotoletta striminzita che gli abbiamo rifilato qualche settimana fa e allora ha detto così: “Vinciamo con 70 punti”.
70 è un numero che ricorre. Ahimè.
70 a 6 perdemmo a Auckland ai Mondiali del 1987, Zinzan era agli esordi, Kirwan ci fece fare la figura dei birilli, con una meta con 80 metri di rincorsa; stesso punteggio a Bologna nel 1995, Zinzan c’era. Miglioriamo nel 2003 e a Melbourne ne prendiamo ancora 70 però ne facciamo 7. Non male. Grrrr…!
Altri settanta punti oggi?
Inni, Haka e via… l’azzurro e il nero si mischiano.
Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere (J.K. Rowling)
Domenica mattina. E’ ora, scendo a fare colazione. Dovrei stropicciarmi gli occhi ma non lo faccio.
70 a 70. Se ho sognato non voglio svegliarmi.
C’è il sole. Che bello se ci fosse un concentramento…




