I giacimenti del rugby

minirugby.it-letterePrendo spunto dall’interessante articolo sull’iniziativa Carta del Genitore e dalle stimolanti riflessioni contenute nel pezzo, per dire un paio di cose.
Benissimo la teoria, ben vengano articoli, commenti, seminari, regolamenti e petizioni di principio sul fair play: non si fa mai abbastanza per far capire, soprattutto ai dirigenti ed agli educatori, l’importanza del contesto ambientale in cui il rugby, e soprattutto il minirugby, viene praticato.
Parliamoci chiaro. Noi del rugby abbiamo una fortuna di cui purtroppo non sempre ci rendiamo conto, calpestiamo un giacimento di petrolio (o di diamanti se preferite) ma non facciamo gran che per valorizzarlo. Il Rugby del post 6 Nazioni (e grazie a questo) in Italia gode di un’apertura di credito da parte della società civile, della scuola, dei media, del marketing, di tutto il mondo conosciuto insomma, che qualunque altra disciplina sportiva se la sogna a occhi aperti (provate a mettervi nei panni di un dirigente del calcio oggi, del basket o peggio ancora di uno dei quei sport cosiddetti minori come eravamo noi fino a 10 anni fa e rifletteteci, c’è da crepare di invidia).

Ammirazione a destra, simpatia a sinistra, “voi si che… altro che il calcio…”, “siete rimasti l’unico sport vero..”, e giù col terzo tempo, il corridoio, la nobiltà e la cavalleria e così via.
Tutto giusto, tutto meritato? Forse sì, forse no, ma intanto la realtà è questa e possiamo gestirla in due modi. O fregandocene altamente e declinare il rugby “all’italiana” come qualsiasi altro sport (una specie di sfogatoio sociale dove è permesso quasi tutto) o cercare di essere all’altezza della fama che il rugby in Italia, buon per noi, ha e provare a meritarcela.
Se apparteniamo a questa seconda categoria chiediamoci: è possibile fare qualcosa affinché dalle parole (che in definitiva abbondano dappertutto, altri sport inclusi) si passi concretamente ai fatti?
Finora, e per fortuna, il fair play nel rugby è la regola, soprattutto nel minirugby che è emersione abbastanza recente. Ma, come tutti sappiamo, non sempre è così, chi va sui campi sa bene che, soprattutto quando giocano i grandi ma talvolta anche nel mini, tutto sto fair play spesso e volentieri latita e relegare tutto ad eccezione che conferma la regola sa un po’ di pilatesco.
Leggo nell’articolo sulla carta del genitore che altre federazioni, che pure il rugby lo hanno inventato, fanno qualcosa di istituzionale per promuovere (loro!) ed incentivare il fair play.
Potrebbe la nostra Federazione fare qualcosa al riguardo? Finora mi sembra che “dall’alto” su questo aspetto sia arrivato pochino e tutto sia lasciato alla buona volontà (che per fortuna c’è) dei “privati” e alla forza della tradizione d’oltremanica. Tanta attenzione (giusta) sulla formazione dei tecnici, dei giocatori e del gioco, ma sullo “spirito” non mi risultano iniziative mai prese, eppure dovrebbe essere una priorità.
Proviamo a fare qualche esempio concreto.
Perché non proporre l’istituzione di un premio al fair play da assegnare ad ogni stagione?
Si potrebbe, partendo magari a livello sperimentale dai campionati dei più giovani, in prima battuta fornire agli arbitri, insieme alla modulistica sulla gara, un altro modello a domande fisse sul comportamento del pubblico (se protesta oppure no, se insulta oppure no…), dei dirigenti, dei tecnici, dei genitori a bordo campo. E ancora: se c’è stato il terzo tempo o no, il grado di collaborazione prestata in caso di eventuali incidenti, la reazione dinanzi ad una sconfitta, l’accoglienza, l’ospitalità e più in generale tutto quello che riguarda la buona educazione sportiva dell’ambiente che ospita l’evento rugbistico (e di chi viene ospitato).
Si potrebbe assegnare quindi un punteggio (caso mai da integrare – in negativo - con cartellini e squalifiche ufficiali degli atleti) e magari a fine anno proclamare un Club vincitore nazionale (o più di uno suddivisi per categoria) da premiare a fine anno, perché no, prima di una partita del 6 Nazioni.
E al limite, oltre ad un trofeo simbolico, regalare al Club, altrettanto simbolicamente, una bella griglia (vera) per cucinare salsicce e braciole per il terzo tempo. Potrebbe essere un investimento (ovviamente perfettibile e strutturabile meglio col tempo) a  costo praticamente zero per preservare e aumentare la nostra ricchezza, oltre che un segnale forte e chiaro.

Pensate sia il caso di stimolare la FIR su una cosa del genere?

Federico Baldinelli (Rugby Perugia)


• Mi capita sovente di toccare il tema del fair play e della educazione nello sport e con lo sport. Pur trovando attenzione, sono convinto che il tema stia sinceramente a cuore ancora a poche persone.
Eppure è centrale.
Il rugby è certamente una disciplina sportiva che dalla sua genesi ha fatto della sportività la sua essenza, chi lo pratica da tempo o lo ha praticato sa di cosa stiamo parlando. In genere è consapevole che, se prima l'ambiente del rugby era limitato ad una cerchia di praticanti piuttosto ristretta in cui la condivisione dei valori e delle regole era forte, ora che i praticanti son notevolmente accresciuti e che il professionismo è sempre più spinto, ha il timore che l'ambiente possa essere corrotto.
Chi è giunto al rugby da poco e "da fuori", chi non se l'è visto tramandare in famiglia insomma, vive invece col mini rugby una fase di entusistica scoperta di questa "miniera di valori" ma - forse soprattutto - di abitudini appaganti come sono, ad esempio, il terzo tempo e lo spirito di festa di contorno alle gare.

Certamente non declinerei "all'italiana" il nostro sport né lo lascerei diventare uno "sfogatoio". E credo che, almeno a parole, tutti siano d'accordo su questo.
Il problema è cosa fare.
Il Presidente del Rugby Perugia fa una proposta che mira a premaire i comportamenti virtuosi. Non la trovo facile da declinare ma perchè non provarci?
Aggiungo tuttavia una considerazione: perchè mentre nel calcio si sprecano le iniziative ufficiali in favore del fair play (e quanto ce n'è bisogno là), nel rugby non accade altrettanto? Perchè siti come quello della federazione inglese dedicano più pagine a questo tema e a temi collaterali come la sicurezza ed il benessere dei praticanti del mini rugby e sul sito della FIR non c'è altrettanta attenzione?
Forse perchè queste cose sono considerate connaturate a questo sport e quindi è inutile parlarne?
Cerchiamo di essere più prudenti.
Non dimentichiamo che il fair play, la sportività, sono anzitutto un fatto di cultura. Che se non ce l'hai "in famiglia", te la devi fare "a scuola". Il club può essere un'ottima scuola se i suoi dirigenti hanno davvero (e non solo a parole) questa cultura e sanno e si impegnano a tradurla nei fatti.
I fatti consistono in comportamenti esemplari, in una organizzazione attenta a creare un ambiente sportivo sano e tagliato sulle esigenze dei bambini. Questi fatti si fanno se c'è capacità di dialogo con le famiglie, se le si coinvolgono in iniziative formative che probabilmente non sono nelle corde dei club sportivo "vecchio taglio" ma che non possono non esserlo in quelli moderni, consapevoli del prorpio ruolo di agenzia educativa.
Questi fatti si fanno se si scelgono e si formano collaboratori con questa identica visione.
Perchè i fatti li fanno le persone e non i proclami o i codici comportamentali lasciati nel cassetto senza una attuazione concreta di tutti, dirigenti in primis.

La lettera di Federico Baldinelli dimostra che non tutti i protagonisti del mini rugby italiano sono distratti. Anzi: queste preoccupazioni qualcuno le ha e sa che c'è bisogno di fatti.

mf

Informazioni aggiuntive