Bepi, nel rugby avresti vinto tu

minirugby.it-lettere Lo sport – dicono – è scuola di vita: messa come è messa oggi la “squola”, pessimo parallelismo direi. E infatti, lo sport non è messo tanto bene.

Fattacci
Alludiamo ai fattacci di questi ultimi giorni, non ce ne voglia l’Italia pallonara, quella che conosce solo il pallone che hanno preso a calci gente come Pelè, Scirea, Platini… Maradona e anche Henry però.
Il calcio è così bello e cosi diffuso, così esposto che ogni piuma che cade fa il botto. E oramai i botti sono come a capodanno… una scarica assordante.
Cosa è successo: supplementari di Francia – Irlanda, i verdi stanno vincendo 1 a 0 pareggiando i conti con l’andata, se finisce così ci sono i rigori, il Mondiale rischia di perdere i vicecampioni del mondo francesi. Ma quasi allo scadere Henry – Henry, attaccante milionario del Barcellona, mica mio nipote che a fatica lo convocano per fare numero nella squadretta dell’oratorio e venderebbe sua madre per giocare titolare una volta – si aggiusta la palla per due volte con la mano ad un metro dalla linea di porta e serve il compagno: 1 a 1 e Irlanda a casa. Anzi, diciamolo meglio, ‘affan… l’Irlanda. Che non conta niente, come la Francia venti anni fa, ma se lo sono scordato, i francesi.
Eh sì. Fatto così non è sport, è una evidente porcata esibita in mondovisione.
La Francia festeggia il suo imbroglio e va ai Mondiali. Tutti hanno visto l’inganno ma va bene così. Henry, che di conti in banca nei avrà una decina ma di pelle ne ha una sola e ci tiene, fa come se nulla fosse... gli spiace, amen.
Bene.
Sabato, altro palcoscenico, il meno pirotecnico campionato di Serie B nostrano, si affrontano sul fondo della classifica Ascoli e Reggina.
Ad un certo punto un giocatore della Reggina s’infortuna e cerca di mettere fuori la palla, un giocatore dell’Ascoli ne approfitta, forse inconsapevolmente, l’arbitro non fischia, l’ascolano prosegue e segna.

Stanno messi male quelli dell’Ascoli, sono 12 giornate che non vincono, vorrei vedere voi. Ma non sapevano che stavano messi anche peggio, eh sì perché in panchina disgraziatamente hanno un certo Giuseppe Pillon detto Bepi, da Preganziol, Treviso, uno che ha fatto il giro di tante panchine, con alti e bassi, che non ha allenato grandissimi campioni, non di certo Henry.
Cosa fa il Bepi? Chiede ai suoi giocatori di lasciare segnare l’avversario. Così avviene, ma poi ne beccano ancora e l’Ascoli perde.
Henry da una parte, il Bepi dall’altra. Un esempio di meschino opportunismo verso un esempio di sportività, di fair play si dice.

Chi è il cretino
Chi è il cretino secondo voi?
Finisce che il Bepi viene contestato dai suoi stessi tifosi. Il suo presidente – nonostante si chiami Roberto Benigni - dichiara: “ La sua non è stata la scelta giusta, non la approvo. Il fair play deve valere per tutti, il primo ad essere aggredito è stato Sommese… L’arbitro non aveva fischiato. Il calcio è agonismo all’interno delle regole, e le regole, quelle che sono state approvate, ci danno ragione. Il fair play è importante, ma di quello che succede nel tennis o nel rugby non m’interessa. E poi certe cose si possono fare sui campetti degli amatori, non in Serie B”.
Quini, orecchie aperte: ha cominciato prima lui. E poi qui mica siamo all’oratorio, l’onestà appartiene agli amatori. Di quello che accade in altri sport non me ne frega un tubo.
Insomma: Henry ha un pari ad Ascoli. Il cretino è Pillon.
Non importa se molti lo hanno elogiato e compreso, anche nel suo “day after” in cui è stato preso dal dubbio (son cretino?). La scelta di Pillon è “un peccato mortale, nel più popolare, ma ormai meno nobile degli sport. Il regno ipocrita di Maradona e di Henry, di simulatori e cascatori, dove chi bara con destrezza è santo subito e gli onesti finiscono fuori dal Mondiale. Parole di Stefano Semeraro su lastampa.it.
Persino uno dei più autorevoli quotidiani del mondo, l'Herald Tribune (New York Times) si interessa del caso e auspica che a Pillon alla fine della stagione venga attribuito il cosiddetto Trofeo Fair Play della Fifa.
Sia chiaro, il giocatore dell’Ascoli proseguendo non ha commesso alcuna scorrettezza, male che vada ha approfittato di una situazione. L’Ascoli poteva continuare a giocare al massimo per vincere. Sapendo che le polemiche ci sarebbero state. Amen anche qui. Ma il gioco leale è un’altra cosa.

{mosimage}Chissenefrega del rugby!
Ora, di quello che ha detto il presidente dell’Ascoli salverei una cosa sola, che poi è anche il motivo per il quale ci siamo messi a scrivere di questi “fatti pallonari” su questo sito.
Ovvero che non gliene frega nulla di quello che accade nel rugby.
Sai, ad Ascoli pochi giorni fa si è celebrato un evento che in tutta onestà poco ha a che fare con l’esperienza sportiva di quella città, così come di altre decine e decine in Italia. Si è giocato il Test match Italia – Samoa. Un bell’evento, al quale la zona ha risposto bene. Un po’, il fiatone di questo fatto strano probabilmente l’avrà sentito, il presidente dell’Ascoli; e ci sta anche che qualche solone glielo abbia ricordato che ci sono sport in cui il fair play non è solo una accoppiata di termini inglesi. Il rugby, per esempio.
Ma a Roberto Benigni di quello che accade nel rugby non gliene frega nulla. E ha ragione. Inconsapevole ragione, perché forse non sa, o non sa del tutto.
Non sa che una volta il rugby, circa 140 anni fa, non ce l’aveva nemmeno l’arbitro. Oggi ne ha tre più uno tecnologico che si chiama Tmo, la moviola in campo insomma, quella che nel calcio fa parlare ma nessuno la vuole davvero. Nel rugby c’è: come dire, le regole contano e i fatti si accertano subito. Anche dove il fair play è connaturato al fatto sportivo. Anzi, diciamo che le regole contano proprio perché la sportività è sacrosanta. E la sportività è fatta di correttezza.

“La differenza tra il calcio e il rugby è che all’arbitro di calcio puoi dire di tutto e di più, tanto lui fa finta di niente, chiude come minimo un occhio o un orecchio, al massimo tutti e quattro, invece nel rugby tanto per cominciare becchi 10 metri e 14 vaffanculo dai tuoi compagni, così la seconda volta non lo fai più” (Pastonesi in “Ovalia”).

Sputi sangue per un metro di terra conquistata, figurarsi che voglia ti resta di parlare e venire ricacciato indietro di dieci.

Esempi?
Ma Benigni ha ragione una seconda volta. Perché non sa che pure dove il fair play dimora, anche lì, gli opportunisti non mancano, quelli che “il risultato prima di tutto e nonostante tutto”. Il pensiero va al fattaccio sporco commesso da uno dei team più famosi e gloriosi del mondo, gli Harlequins di Londra, con quella fialetta di finto sangue masticata di nascosto per consentire una sostituzione che… insomma, storia nota. E tra le più vergognose.
Girano i soldi, tanti, e allora il fair play è come una vergine lasciata sola in un bordello, comincia a vacillare. O forse no, chissà.
Insomma mi viene da pensare che il fair play è anzitutto cultura, che esprime un convincimento basilare: pur nell’agonismo più esasperato, il rispetto delle regole e dell’avversario sono irrinunciabili. Ma per davvero.
Non c’è nulla di più meschino che una vittoria rubata. E nulla di più nobile di una sconfitta come quella che ha cagionato Pillon per “eccesso di fair play”.
Fa da contraltare a Benigni il presidente di un’altra squadra di calcio, il Parma, protagonista di un increscioso episodio domenica in tribuna. Ghiradi dice: “E' un problema che parte da noi stessi, dobbiamo essere un esempio positivo tutti, mantenere il controllo e sforzarci di stare molto tranquilli perchè tutta l'Italia ci guarda. E' un dato culturale, in altri sport come il rugby il fair play esiste. Dobbiamo crescere tutti, lo dico prima a me stesso''
Fair play, un fatto di cultura. Il fair play è cultura del rispetto, della amicizia. Non lo imponi per regolamento, ispira le regole e i comportamenti, ma non è una regola.
Questa cultura nel rugby esiste.
Però, mentre è vero che il rugby conserva uno spirito antico di lealtà, non dimentichiamolo, questo non alberga nelle cose in sè, ma nelle persone. Guai a pensare che siccome c’è allora sempre ci sarà.

“Garantire che tutti i membri dell’organizzazione con responsabilità verso bambini e giovani siano ben qualificati per guidare, formare, educare e allenare queste fasce d’età e sappiano capire, in particolare, i cambiamenti biologici e psicologici implicati nel processo di maturazione dei bambini” (dal Codice Europeo di Etica Sportiva).

Ecco perche è utile scrivere i codici di condotta per gli atleti, i dirigenti, gli allenatori e il pubblico dei nostri club di mini rugby, ma se poi restano nel cassetto della segreteria o pubblicati in un angolo del sito internet, sono serviti solo a lavarsi la coscienza, a mettersi una bella maschera di ipocrisia.
I valori vanno portati in campo, con l’esempio. Anche, anzi soprattutto, sui capi del mini rugby, del rugby “educativo”. Educazione, rispetto. Anche fuori dal campo. A perdere le staffe ci vuole un attimo.
Bene i valori e le tradizioni, gli aforismi che grondano saggezza, ma i fatti contano di più e i fatti li fanno le persone.  
Fatti. Hai voglia a predicare. Che a predicare si creano nemici e gli altri, se va bene, li annoi tutti. “Hai una cosa sola da fare, se vuoi che ti credano, dai l’esempio”.
Perdiamola quella partita se quella meta non era valida e spieghiamo ai ragazzi perché va bene così.
Spieghiamo loro che l’arbitro sbaglia e che a volte, l’arbitro che nel mini rugby è un altro allenatore, talvolta sbaglia anche apposta ahimè. “Ma noi vogliamo vincere onestamente e al nostro allenatore di fare l’arbitro così non glielo chiederemo mai”.
E’ vero,  spesso non basta nemmeno il buon esempio: i buoni esempi sono insidiosi, ci vuole nulla e te li rigirano come una frittata. Il cattivo esempio, invece: ecco, di quello ce n’è da sfamare il mondo per i prossimi 10mila anni; il cattivo esempio vive di combutte tra meschini, si autoalimenta: perché conviene, oggi rubo io, domani tu.
Il fair play no, non sempre conviene. Però ci fa migliori.

Non fermiamoci (continuità)
Ho letto che qualcuno dice che il fair play non è roba per il football. Allora se è così, scegliete il rugby, perché nel rugby invece ci credono dal 1823, davvero, e continuano a crederci.
Nel rugby non sempre a vincere è chi ha fatto più punti. Bepi, nel rugby avresti vinto tu.
 

 

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