1 - Lo sport per i bambini
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- Creato Venerdì, 26 Agosto 2011 12:21
I bambini hanno davvero bisogno di fare sport? A partire da quando? Praticando quale disciplina? In quale organizzazione? I genitori come devono seguirlo?
Domande che ricorrono nei genitori che hanno figli in età prescolastica e non solo.
Sono le domande che condurranno ad una scelta.
Proviamo a condividere qualche considerazione utile alle loro riflessioni e scelte, in più tappe:
1. Lo sport per i bambini
2. A quale età cominciare a fare sport?
3. Quale sport scegliere?
4. Questo club è ok!
5. I genitori del bambino che fa sport
Lo sport per i bambini. Lo sport è emozionante, divertente e come tale coinvolge facilmente i ragazzi.
Ha una funzione ludica e salutistica, ma anche sociale, e riproducendo molte delle situazioni della vita, risulta uno straordinario mezzo educativo: insegna il rispetto di sé e degli altri, delle regole, il valore dell’impegno, la convivenza civile, la cooperazione, l’accettazione della sconfitta, accresce la fiducia in sé stesso aumentando l’autostima; permette di scaricare le ansie, le frustrazioni e l’aggressività; favorisce l’incontro e facilita l’integrazione, contribuisce a prevenire malattie.
Il reale senso dello sport dei bambini non è la ricerca della vittoria ma realizzare una condizione formativa capace di accrescere le potenzialità psicofisiche e di relazione con gli altri.
Bisognerebbe quindi avere una ambizione chiara, quando ci occupiamo di sport: divulgare innanzitutto la ‘cultura dello sport’ tra i ragazzi, sportivi di oggi e di domani; aiutarli cioè ad acquisire una corretta coscienza sportiva ed etica perché attraverso essa crescano e siano uomini migliori.
Cos'è lo sport? Lo sport è definito dalla Carta Europea dello Sport redatta dal Consiglio d'Europa nel 1992:
"Qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli”.
Una definizione ampia. Tre sono le componenti essenziali dello sport:
• componente ludica (gioco)
• la componente psicomotoria
• la componente agonistica
La prima di queste – il gioco - ci aiuta ad introdurre lo sport nella vita dei bambini. Lo sviluppo del bambino, infatti, inizia proprio con il gioco, la sua voglia di giocare - provocata dal divertimento, elemento essenziale - attiva le sue azioni e lo sviluppo perché il gioco per il bambino è un sistema di apprendimento.
Il gioco, quando viene strutturato attorno a regole, diventa sport.
Nella fase evolutiva la psicomotricità è importante per i bambini. I bambini hanno bisogno di confrontarsi con il loro corpo e devono ricevere stimoli, altrimenti lo sviluppo del loro sistema motorio sarà incompiuto. Lo sport in età evolutiva è una delle leve più importanti a tal fine.
Il gioco può contribuire alla formazione psicomotoria di base, dove l'apprendimento sportivo è integrato con lo sviluppo delle diverse aree della personalità (cognitiva, sociale, emotivo-affettiva e motoria). Gradualmente il bambino attraverso il gioco e le attività motorie aumenta la cognizione del proprio corpo e della proprie azioni passando da movimenti semplici e spontanei a movimenti organizzati e stabiliti da regole; sviluppa la capacità di controllo e autocontrollo del proprio corpo; sviluppa la capacità di relazione con i coetanei e anche gli adulti. La psicomotricità ha un fine suo, diretto, ovvero armonizzare lo sviluppo del bambino come persona ma, tramite la psicomotricità, si può introdurre il bambino con gradualità all’apprendimento di qualsiasi attività sportiva.
Una adeguata formazione psicomotoria può evolvere poi nella pratica agonistica ma anche nello sport del tempo libero.
L'agonismo è utile?
Anche se in molte discipline sportive i bambini sono mossi ad un avvio precoce alle competizioni agonistiche, prima dei 12 anni è generalmente sconsigliata la pratica sportiva a livello agonistico perché non esistono ancora i presupposti psico-fisici necessari per sopportare impegnativi carichi di lavoro.
Tuttavia, tra le leve utili allo sviluppo e all'educazione del bambino vi è anche il desiderio di competere. Dai 6 anni cresce il bisogno di confrontarsi con gli altri. Questo – per essere soddisfatto – non ha bisogno di pratica sportiva agonistica di alto livello, basta che il bambino pratichi uno sport competitivo, ovvero uno sport in cui: esiste un confronto agonistico moderato; gli allenamenti e le gare non sono esclusivi per importanza ed assorbimento del tempo libero; la gara non è l’obiettivo da raggiungere, ma un modo per verificare l'apprendimento degli insegnamenti; in cui è sempre presente il divertimento e mai lo stress.
I bisogni connessi alla aggressività, alla interazione con gli altri, alla autoaffermazione sono naturali. Rispetto a questo, l’agonismo ha una funzione compensativa, decongestionante… a patto naturalmente che sia gestito da un educatore preparato in un ambiente consapevole e ben organizzato.
L'agonismo possiamo definirlo come l’aggressività governata da regole. Ogni bambino ha una quota di aggressività e la esterna a seconda di come è vissuta in famiglia e negli ambienti che frequenta, compreso il club sportivo. Qui, o meglio nello sport in generale, esistono codici, regole, che definiscono il comportamento competitivo e quindi “incanalano” l’aggressività (come questo avviene dipende dal modello educativo di ogni ambiente).
Lo sport in sostanza, attraverso la componente agonistica (confronto con l’avversario, col cronometro, con se stesso…) media le emozioni e le ambizioni di affermazione del bambino, gli offre la possibilità di verificare i limiti e le capacità, di comprendere come migliorarsi: se vissuta e proposta così, la competizione è un elemento di rinforzo per il bambino, gli dà l’opportunità di guadagnare sicurezza e autostima.
Se quel desiderio di affermazione di tipo aggressivo nel tempo diverrà motivazione al confronto con l'avversario per constatare le capacità acquisite, allora l'agonismo avrà raggiunto suo effettivo obiettivo educativo.
In questo centrale è la figura dell’educatore/allenatore. Sue aspettative agonistiche eccessive mettono il bambino in condizione di stress e di frustrazione, se non arrivano i risultati. Il bambino può crearsi un’immagine falsata dello sport, contrassegnata dal successo o dall’insuccesso invece che dal naturale piacere di praticarlo. Col rischio di abbandono precoce
Viceversa, la competizione è benefica se viene proporzionata dall’educatore in momenti che per il bambino sono di divertimento e confronto con sé stesso.
Naturalmente questo approccio è essenziale che sia condiviso dai genitori: se le pressioni cominciano a casa sarà difficile che a valle il percorso educativo dello sport si completi correttamente.
La competizione, quindi, è un elemento sano se ben compreso e ben gestito.
C'è, poi, un altro aspetto non sempre adeguatamente soppesato quando si parla di sport per i bambini. Perché i bambini abbiamo uno sviluppo psicofisico integrale e armonico devono sperimentare una ampia molteplicità di giochi e di esperienze motorie non vincolate alla prestazione né al risultato; evitando al bambino una specializzazione prematura e unilaterale in un unico sport che insegni specifiche abilità tecniche.
In conclusione, ricordiamoci che i bambini sono naturalmente molto “vicini” allo sport perché sono portati per natura al gioco, a misurarsi, a competere.
Hanno però bisogno di potere esprimere questa naturale inclinazione in libertà, senza sottostare a schemi eccessivi e senza doversi preoccupare dei risultati.
E’ il momento ludico e competitivo in sè che attrae il bambino. Solo verso i 12 anni il ragazzo comincia a sapersi dare degli obiettivi, a seguire schemi astratti, a collaborare: allora potremo cominciare a considerare performance e risultati.
segue: A quale età incominciare a fare sport?

